Ecomamma

Bimbi, genitori e l'arte di crescere "eco"


Oggi la Nestlé fa precisazioni, scrive annunci tranquillizzanti, informa che non ci sono motivi di ritenere che l’itx faccia male alla salute. Tace, ovviamente, sul fatto che non ci sono neppure motivi per ritenere che non faccia male, visto che finora non ci sono studi scientifici che analizzino gli effetti dell’itx se ingerito. Forse non era previsto che dovesse essere ingerito da qualcuno… dettagli.
La Nestlé fa il suo mestiere di azienda, ma ultimamente sembra che non lo stia facendo molto bene. Quello che non si dice molto in giro, infatti, è che gliene stanno capitando un po’ di tutte i colori, in diverse parti del globo. Persino in Cina, paese noto per non andare troppo per il sottile quando si tratta di controlli sui prodotti alimentari, intere partite di latte per bambini della suddetta marca sono state ritirate dal mercato giusto quest’estate. Motivi vari. Il più grave: eccesso di iodio, carenza di proteine. Mica male per un latte destinato al "proseguimento" ossia rifilato a lattanti di quattro mesi, nella migliore delle ipotesi.
E facendo un giro sulla Rete si apprende che diverse partite di latte sono state ritirate anche in vari Stati degli Usa, per problemi di cariche batteriologiche e svariate altre anomalie.
In Italia queste notizie non fanno notizia se non quando, come ieri, non si può proprio fare a meno di notarle. Ma forse, se ci fosse anche solo un po’ di attenzione in più da parte di chi fa informazione su questo genere di argomenti (un po’ come accade in Germania, per esempio) si potrebbero evitare allarmi e maxi-sequestri cautelativi, semplicemente impedendo che prodotti sospetti arrivino sugli scaffali dei supermercati.


Le puntate precedenti di Ecomamma si trovano qui. Per adesso


Babykick_smlLa notizia è ovvia: milioni di litri di latte Nestlé (e anche una partita di latte Aptamil della Milupa, quello della pubblicità scorretta sui giornali) sono sotto sequestro perché risultano contaminate da agenti chimici rilasciati dalle stampe della confezione.
Stupore, sdegno? Niente di tutto questo. Che le principali case produttrici di latte artificiale non siano esattamente degli enti di protezione della salute pubblica era ed è cosa arcinota.
Che la Nestlé sia sempre al centro dei principali scandali quando si parla di frodi alimentari, di partite di alimenti scaduti e di sfruttamento dei lavoratori in varie parti del mondo non è una novità. E’ proprio per questo che si tratta del marchio più boicottato al mondo.
C’è una cosa, però, che mi infastidisce, più delle frodi della Nestlé e delle pubblicità scorrette della Milupa. Sono i carrelli della spesa al supermercato.
Mi spiego meglio. Grazie al cielo non sono costretta ad andare spesso al supermercato. Preferisco comprare alimentari & co al mercato rionale e cerco di usare più possibile prodotti freschi e di stagione. Ma a volte capita, non si può negare che sia comodo. Allora, mi capita anche di dare un’occhiata agli scaffali di prodotti per l’infanzia. Magari trovo qualcosa di utile. E mentre lo faccio, la mia natura un po’ pettegola e criticona mi spinge ad allungare gli sguardi anche ai carrelli degli altri clienti. In genere si tratta di mamme o nonne con pargolo al seguito. E in genere, il contenuto dei loro carrelli mi innervosisce al punto che devo uscire dal negozio per non mettermi a litigare. Mi innervosisco perché vedo mamme con bambini di poche settimane comprare pastine industriali consigliate dai produttori fin dal quarto mese di età, perché vedo decine di scatole di carne liofilizzata, brodo vegetale in polvere e camomilla istantanea (da quando quella in bustine non va bene per i bambini?), vasetti e vasetti di pastoni omogeneizzati pieni di sale, zucchero e chissà che altro. E mi innervosisco ancora di più quando vedo confezioni famiglia di latte artificiale accompagnati dall’immancabile superpacco di pannolini Pampers sbiancatissimi e dal cartone di acqua più caro solo perché nella pubblicità si vede un bambino nella carrozzina!!
Riflettiamo un momento. La maggior parte delle mamme passa un sacco di tempo a impedire ai propri bimbi di mettere le mani a terra, di mettere in bocca oggetti "sporchi" o di avvicinarsi agli animali domestici per paura di batteri, malattie, e mille altre cose…
Ma perché non si domandano anche che cosa stanno versando nel biberon del loro bambino? Perché non leggono le etichette dei prodotti che, per quanto fallaci possano essere, danno già delle idee su quanto possano essere salutari?
Perché sono convinte che la carota cotta alla Plasmon o alla Nestlé sia migliore di quella comprata dal verduraio e cotta nelle pentole di casa?
A volte mi sorge un pensiero cattivo: ad ognuno la Nestlé che si merita.


Per molti versi ho l’impressione che mia figlia sia precoce. E non posso dire che questo mi faccia totalmente piacere. A meno di otto mesi ha iniziato a dire mamma e papa, a nove fa discorsetti con un buon numero di sillabe, si alza in piedi, dà sempre l’impressione di comprendere quello che le si dice, è attentissima e sa fare un sacco di cose che altri bimbi della sua età non fanno ancora.
Per i nonni tutto questo è motivo di orgoglio e in molti non fanno che ripetermi quanto sia precoce la mia bambina. Può essere che lo sia davvero, può essere di no. In queste cose è difficile dare delle valutazioni su quali siano i tempi reali dello sviluppo di un bambino cosi piccolo. Ma a me, in ogni caso, questa insistenza sulle meraviglie della precocità dà molto fastidio.
Sono stata una bambina precoce. Anzi, in un certo senso, sono stata quello che si definisce un enfant-prodige. A tre anni sapevo leggere piuttosto bene e sapevo scrivere alcune parole. A cinque anni andavo a scuola e mi annoiavo parecchio.
Proprio per questo motivo ricordo e conosco bene la pressione che si genera attorno a un bambino che dimostra delle capacità anticipatamente rispetto ai tempi "normali". E’ inevitabile che chi gli sta attorno tenda ad attribuirgli un’età superiore e lo tratti di conseguenza, aspettandosi comportamenti "precoci" in tutto. IL fatto che io sapessi leggere non cambiava la realtà dei miei tre anni, eppure tutti si stupivano se facevo un capriccio per un giocattolo, se piangevo, o se non capivo un divieto, se mi pasticciavo o se facevo qualsiasi altra cosa tipica di una bambina di tre anni.
NOn voglio che questo succeda a mia figlia e mi sforzo in continuazione di ricordare a me stessa e a chi mi sta attorno che ha solo nove mesi.
Non c’è nessuna gloria nel dimostrare di essere capaci di fare qualcosa prima degli altri. E’ semplicemente un fatto naturale. C’è chi mette i denti a quattro mesi e chi dice mamma a otto. Un giorno, un bambino saprà fare i conti a memoria e un altro scriverà versi in rima o disegnerà bellissimi paesaggi.
La verità è che sappiamo poco di quello che c’è dentro ognuno di noi e dei tempi e dei modi in cui sviluppiamo le nostre capacità. Ma un bambino resta sempre un bambino, per quanto "precoce" o "intelligente" possa sembrare e non va caricato di aspettative e responsabilità solo perché ci piace vederlo crescere in fretta o perché ci sembra di poterlo capire meglio se è più simile a noi adulti.


Chiamo in causa un altro recente studio scientifico per dimostrare una teoria che, ai miei occhi e a quelli di molti altri genitori, può sembrare un’ovvietà.
Il pianto prolungato fa male al bambino.
Fino a qui tutto normale. E’ abbastanza evidente che lasciare che un neonato si sgoli a forza di strillare o teorizzare che lo sfinimento sia un buon metodo per far imparare a un bambino ad addormentarsi siano metodi dalla dubbia efficacia. La cosa importante, però, è che non solo questo tipo di idee possono generare problemi a breve termine nella salute del bambino, ma possono essere uno dei fattori che determinano problemi nello sviluppo cognitivo, motorio e cerebrale a lungo termine.
Un gruppo di ricercatori norvegesi e statunitensi ha effettuato uno studio durato cinque anni (il riassunto si può leggere qui )
su un campione di 561 donne gravide e sui rispettivi figli, seguendone le tappe dello sviluppo fino all’età scolare.
Il pianto dei bambini è stato valutato ed è stato differenziato il pianto dovuto esclusivamente alle coliche tipiche dei primissimi mesi di vita e quello, invece, dovuto ad altre cause, ma non calmato in tempi brevi.
I risultati sono stati piuttosto eclatanti.
I bambini che hanno vissuto nei primi mesi di vita prolungati episodi di pianto non dovuti a semplici coliche hanno dimostrato nei test successivi di aver sviluppato in modo sensibilmente inferiore le proprie capacità verbali, motorie e cognitive in generale rispetto al resto dei bambini.
In particolare, a 5 anni di età, la valutazione del Quoziente Intellettivo risulta di diversi punti inferiore nei bambini che hanno pianto in modo prolungato nei primi mesi di vita, rispetto agli altri e anche rispetto a quanti avevano sofferto di episodi di pianto prolungato ma dovuto esclusivamente alle coliche neonatali.
Conclusioni (cito e traduco): "un pianto eccessivo e senza controllo che persista oltre i 3 mesi di età nei bambini che non presentano altri segni di danno neurologico possono essere considerati un fattore di rischio per deficit cognitivi durante l’infanzia. Questo tipo di bambini necessita di maggiori attenzioni e di essere seguito con maggiore intensità".


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