Ecomamma

Bimbi, genitori e l'arte di crescere "eco"


Si chiama Breast-crawl ed è l’istinto che spinge un neonato ad “arrampicarsi” sul ventre della madre alla ricerca del capezzolo a cui alimentarsi per la prima volta. E’ un istinto primordiale, fortissimo, che purtroppo non è quasi mai assecondato e rispettato nelle pratiche di parto ospedalizzato. E’ anche un buon inizio verso l’allattamento precoce. L’unicef e l’organizzazione mondiale della sanità stanno promuovendo la conoscenza e il ripristino di questo metodo per permettere il “bonding” immediato di madre e neonato. Detto così non sembra una granché di cosa. Ma guardate questo video… io mi sono un po’ commossa.

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Sono passati due anni e mezzo dalla prima volta in cui ho preso in braccio mia figlia e le ho offerto il seno. Per tutto questo tempo questo gesto è stato la costante della nostra vita in comune. Alimento e conforto, contatto intimo e profondo, momenti di condivisione insostituibili, a volte anche una rottura di scatole, come negarlo, soprattutto quando magari ero appena riuscita a chiudere gli occhi a notte fonda, o quando ero nel pieno di un’altra attività, oppure in mezzo alla strada affollata di gente.
In questi giorni abbiamo smesso. Non è stato un taglio netto ma un percorso graduale. Già da qualche mese il ricorso alla ciucciatina era essenzialmente una preparazione al sonnellino pomeridiano e al sonno della notte. Mi ero chiesta spesso come sarebbe stato questo momento e non mi piaceva nessuna delle risposte. Ma, come spesso accade con i bambini, la realtà è spesso molto diversa e sorprendente rispetto alle nostre idee. Abbiamo smesso senza drammi. Con un po’ di nostalgia reciproca forse e un po’ di ripensamenti da entrambe le parti, ma senza drammi.
Fisiologicamente, come è cominciata, questa magnifica esperienza è terminata. Allattare mia figlia, e farlo così a lungo, è stata una delle cose più belle che mi siano capitate. A livello interiore, personale, è stata un’occasione impagabile per ristabilire il contatto con un io profondo, ancestrale, fatto di istinto, di rapporto armonico con il proprio corpo e con le sue funzioni basiche. Alimentare un altro essere è un atto di amore, ma anche di appagamento del sé. Almeno, lo è stato per me. E’ stato anche un importante passo nella presa di coscienza riguardo alle mie posizioni, alle mie opinioni e alla capacità di difendere le mie scelte di fronte a un contesto socio-familiare spesso sospettoso se non addirittura avverso. E’ una palestra importante che penso mi servirà spesso in futuro.
Che dire poi di come questo prolungato rapporto fisico con mia figlia abbia aumentato la reciproca capacità di intesa, il senso di vicinanza, il riconoscimento l’una dell’altra basato sullo sguardo, sull’odore della pelle, sul contatto così incredibilmente simile a quello che ho provato durante la gestazione.
Se allattare un neonato è forse l’unico modo per comunicare profondamente con lui, prolungare questo rapporto nella prima infanzia è un’insostituibile aggiunta che si somma all’inizio di un rapporto anche verbale e intellettuale. Sentir dire a mia figlia frasi come “il latte della mia mamma è squisitissimo” è uno spasso e apre uno squarcio su come i nostri bambini vivono quel contatto. Esaurirlo quando ancora non sono in grado di dirci quanto lo apprezzano è una perdita sotto molti punti di vista.
Scrivo queste parole un po’ per me stessa, perché un po’ mi sento triste ad aver chiuso questo capitolo e un po’ perché spero che la mia esperienza possa essere d’aiuto per qualche mamma che inizia adesso o che ancora non ha iniziato la sua esperienza di nutrice. A volte, soprattutto i primi giorni, si può provare la sensazione di essere inadeguate, le ansie di non farcela, il timore che sia uno sforzo eccessivo o che, in fondo, non ne valga la pena. Si può essere spinte dal contesto sociale a lasciar perdere in nome di una ipotetica maggiore libertà che si rivela poi un’ulteriore schiavitù. Provate a fare il confronto tra la passeggiata di una neomamma che allatta e una che deve ogni volta portarsi dietro mezza casa per preparare un biberon. Si può credere a chi ancora dice che è inutile continuare oltre i sei mesi, che tanto il latte non gli serve più, che è solo acqua, o che i bimbi diventano troppo mammoni, o troppo dipendenti, o che è “innaturale”… E si perde qualcosa di impagabile. Perché allattare il proprio bambino non è solo dargli il nutrimento di cui ha bisogno il suo piccolo corpo. E’ dare a noi stesse l’occasione di essere pienamente madri, in un senso profondo e in parte inspiegabile a livello verbale, e dare alla coppia madre-bambino la possibilità di cogliere un’occasione di contatto che non si ripeterà più nel futuro e che rischiamo di rimpiangere se rinunciamo ad essa.
Le difficoltà esistono, sempre e comunque. Ma i lati positivi di questa esperienza superano di gran lunga ogni momento negativo, ogni istante di stanchezza o di dubbio.
Io sono felicissima di aver seguito il mio istinto e di essere arrivata fino a qui. Sono certa che avrò ancora tante opportunità di vivere esperienze emozionanti e profonde nel rapporto con la mia bambina, ma dentro di me il ricordo di questi momenti in cui il mondo eravamo solo noi due, in un abbraccio così unico da diventare una fusione di sguardi, resterà un tesoro senza pari.


La depressione post-partum è una di quelle definizioni attorno alle quali si è creato un universo di miti, fobie, eccessi in entrambe le direzioni e luoghi comuni, fenomeno che, come spesso accade in questi casi, non fa che ridurre l’attenzione che si presta alla depressione post-partum in quanto tale.
La dpp è una patologia. E’ clinicamente definita in modo anche piuttosto chiaro ed è molto diffusa anche se molto spesso a soffrirne non sono le donne che i familiari e gli amici definiscono depresse…
Come tutte le depressioni, anche quella post-partum ha diversi modi di esprimersi, diversi livelli di gravità, diversi decorsi.
Un recente studio pubblicato su international Breastfeeding journal apre uno squarcio davvero interessante sulla comprensione di questo fenomeno che, in alcune società e contesti culturali, arriva ad interessare addirittura più del 50% delle puerpere.
Lo studio mette in relazione la depressione con stati infiammatori generalizzati, particolarmente frequenti nelle donne nell’ultimo trimestre di gestazione e nell’immediato post-partum.
Come sempre, il nostro corpo ha previsto una certa quantità di sistemi di autodifesa. Per esempio, l’allattamento al seno precoce e ben avviato è una buona ricetta per ridurre drasticamente i livelli di cortisolo (il cortisolo è direttamente connesso al livello di stress) e di citochine che provocano stati infiammatori sia nella circolazione materna sia in quella del neonato. Il risultato è un circolo virtuoso di madre/bambino soddisfatti e tranquilli che riescono ad affrontare le difficoltà dei primi tempi con una capacità anche endocrina di adattamento senza troppo stress.
D’altra parte, però, le difficoltà nell’allattamento, il dolore al seno, le alterazioni del ritmo sonno veglia possono essere fattori decisivi nello scatenare lo stato depressivo, mantenendo alti i livelli di cortisolo e citochine proinfiammatorie. Un altro motivo importante per fornire alti gradi di assistenza e sostegno alle madri (in particolare alle primipare) nell’ultimo trimestre di gravidanza e nel puerperio.
La stretta relazione tra stati infiammatori e stati depressivi viene messa in relazione anche con la quantità di movimento ed esercizio (da sfatare il mito che una donna che allatta non può fare esercizio fisico) e, ovviamente, con l’alimentazione.
Fondamentale sembra essere l’apporto di omega-3, molecole presenti in particolare nel pesce (salmone) e in alcuni vegetali. Proprio durante la gravidanza, però, le donne tendono a diminuire drasticamente le razioni di pesce (in cui sono presenti spesso troppi elementi contaminanti) e quindi la richiesta di omega-3 non viene soddisfatta. Anzi, poiché il feto in sviluppo assorbe una grande quantità di questo elemento, il corpo della madre rimane ancora più sfornito. IL risultato è una diminuita capacità di risposta antinfiammatoria e il circolo vizioso cortisolo-citochine-stress-depressione-infiammazione.
Il consiglio degli studiosi è quello di incrementare nella dieta delle donne in gravidanza e delle puerpere sia le dosi di pesci e vegetali contenenti omega-3 sia l’apporto di integratori alimentari (come l’olio di pesce) che siano purificati da contaminanti, ma nello stesso tempo aiutino ad aumentare le capacità antinfiammatorie nell’organismo.
In sostanza: dieta, esercizio, supporto morale, allattamento ben avviato sono ingredienti base per diminuire in modo decisivo la possibilità dell’insorgenza della depressione post-partum.
Acqua calda? Non proprio. L’attenzione per gli stati infiammatori come sintomo e contemporaneamente causa scatenante della depressione è fondamentale a livello clinico, soprattutto nei casi di gravidanze pretermine, di parti cesarei o di situazioni già a rischio per altri fattori.
Uno strumento in più di cui tenere conto nella valutazione dello stato di salute dell’organismo madre-bambino e da non sottovalutare.


AllattamentoE’ iniziata la settimana mondiale dell’allattamento organizzata come ogni anno dall’Unicef in 120 paesi.
Quest’ anno il tema centrale è l’avviamento precoce dell’allattamento materno e il drastico aumento della percentuale di sopravvivenza che questo comporta per i neonati, soprattutto nei paesi in via di sviluppo.
Uno studio effettuato in Ghana e recentemente pubblicato su Paediatrics ha infatti mostrato che, dove i bambini venivano allattati fin dalla prima ora di vita, la percentuale di sopravvivenza neonatale saliva di un 22%.
L’UNICEF stima che l’allattamento esclusivo al seno fino al sesto mese di vita potrebbe prevenire ogni anno la morte di 1,3 milioni di bambini sotto 5 anni. Non sono pochi e, in fondo, si tratterebbe di effettuare soprattutto un intervento di tipo culturale e di sostegno alle madri, che farebbe, tra l’altro, risparmiare una quantità notevole di denaro sia ai paesi interessati sia a quelli che forniscono aiuti di tipo sanitario.
Per ulteriori approfondimenti, è utile una scorsa al sito Unicef .
In Italia, la settimana per l’allattamento è fissata all’inizio di Ottobre.