Tutte le donne che hanno partorito conoscono, se non il significato letterale, almeno il senso generico della parola Apgar.
L’Apgar è il primo voto che ti danno quando vieni al mondo. Non fai quasi a tempo a tirare il fiato una volta e già c’è qualcuno che ti valuta su una scala da uno a dieci. Non una, ma due volte, una appena appena metti fuori la testolina e una cinque minuti dopo.
Il significato del punteggio Apgar ha una sua valenza medica. Oltre ad essere il cognome della sua inventrice (l’anestesista Virginia Apgar, è diventato anche l’acronimo che sta per Appearance (colore della pelle), Pulse (polso), Grimace (riflessi e reattività), Activity (tono muscolare), and Respiration (respirazione). Sostanzialmente serve a valutare lo stato generale del neonato e a determinare eventuali attività di sostegno o di rianimazione.
Nell’immaginario collettivo, il punteggio Apgar, che voleva semplicemente stabilire una scala di riferimento su alcuni parametri vitali del neonato, si è trasformato in una valutazione oggettiva della salute del bimbo, una sorta di codice assoluto a cui alcuni medici sembrano dare un’importanza strategica mentre altri sembrano più inclini ad ignorarlo.
Fatto sta, che per molte madri anche l’Apgar, come qualche mese dopo diventerà il percentile, si trasforma in una specie di numero magico. Ho sentito molte madri sul letto del reparto di maternità divulgare orgogliose l’Apgar del proprio pargoletto, come se quel 9/10 fosse una specie di prima promozione.
In realtà, sarebbe meglio smorzare un po’ i toni e ridurre le aspettative intorno a questo famigerato punteggio. A quanto pare, infatti, pur rappresentando un valido riferimento, dovrebbe essere ridimensionato alquanto e riportato a una semplice osservazione soggettiva dello stato generale del nuovo arrivato.
E’ quanto sostiene uno studio scientifico realizzato a Melbourne specificamente orientato alla valutazione dei bimbi che sono stati sottoposti a pratiche di rianimazione. I filmati di diversi di questi eventi sono stati mostrati a diversi osservatori ottenendone diverse valutazioni Apgar che, ovviamente, avrebbero portato a diversi protocolli di intervento.
Il risultato è che, escludendo la rilevazione del battito cardiaco, tutti gli altri parametri sono strettamente connessi all’osservazione e alla valutazione soggettiva e possono quindi essere soggetti a sensibili variazioni. Poco male per quanto riguarda i bimbi che si piazzano su un livello alto della scala, meno bene per quelli che mostrano dei deficit su uno o più valori e sui quali vengono fatti degli interventi più o meno invasivi.
La conclusione dei ricercatori australiani è che sarebbe importante sviluppare nuovi metodi di valutazione dello stato generale del neonato immediatamente dopo la nascita, basati su dati più oggettivi e che, comunque, il personale che si trova a dover effettuare l’attribuzione dell’Apgar dovrebbe avere una maggiore preparazione, se non altro per diminuire il margine di discrepanza nelle valutazioni che, nel caso di Melbourne, ha toccato una media di 2.4 punti. Mica poco.
A noi mamme, il consiglio è quello di aspettare la prima pagella (ma ci sono ancora?) per inorgoglirci dei voti ottenuti dal nostro pargoletto/a.