PangeaDa una settimana penso a un possibile tema per un nuovo post.
Ho tante idee che mi girano per la testa, dagli incentivi per l’acquisto di pannolini lavabili, alla politica per le mamme single, al forum sulla teoria del continuum.
Ma alla fine niente riesce a scacciare un pensiero fisso che forse non è molto in linea con il tema di questo blog, ma che probabilmente mi impedisce di concentrarmi su altri argomenti fino a che non lo avrò espresso.
Penso a un’unica edizione di un telegiornale in cui ci sono state ben tre notizie di infanzia violentata. Il piccolo Tommaso, vittima innocente di chissà quale torbido intrigo, la piccola morta nel sonno per un’apnea prolungata che i telegiornali attribuiscono (senza porsi molte domande) a un caso di malasanità e infine le due vittime baresi, madre diciassettenne e bimba di cinque mesi, vero e proprio scandalo che grida vendetta al cospetto della nostra bella società evoluta e civile.
Mi chiedo perché. Tanti perché diversi. Mi chiedo soprattutto perché improvvisamente i bambini sono centro di attrazione dell’informazione di cronaca nera sempre e in ogni caso. Mi chiedo perché la notizia che riguarda un bambino viene riferita con ancor meno cautele e approfondimenti di qualsiasi altra. Forse perché il protagonista difficilmente farà querela?
Mi chiedo se utilizzare questi casi così ovviamente duri e difficili da masticare non sia un mezzo per distrarre i telespettatori da questioni altre, che magari stanno anche all’origine di quei fatti di cronaca.
Mi chiedo perché nessuno, ad esempio, si sia posto il problema di mettere un punto interrogativo sulla morte della bimba barese, attribuita da tutti con assoluta certezza alla madre, utilizzando addirittura parole come omicidio volontario. Madre minorenne, altra bambina vittima della povertà, dell’ignoranza, di un sostrato culturale o sub-culturale che tendiamo spesso a relegare a un generico "terzo mondo" che null’altro vuol significare se non che non ci riguarda.
Invece, ci riguarda, eccome. E’ qui, dietro l’angolo. Nelle periferie delle nostre città, dentro le case di persone perbene, nelle patologie di una società che sfoga i propri disagi e le proprie perversioni sui più deboli e più fiduciosi, i bambini, appunto.
E tutti gli altri, noi che ci sentiamo lontani, noi che stiamo a guardare? Possiamo sentirci a disagio, provare sofferenza, sentire empaticamente il dolore di chi vive le tragedie che ci vengono raccontate e forse, forse, in un angolo remoto del nostro cuore pensare che a noi non potrà succedere. A volte il giudizio è consolatorio. Succede a loro perché in qualche modo se lo sono meritato. A volte, però, non funziona così. A me, ad esempio, tutto questo proliferare di storie di infanzia maltrattata e di dolori familiari mette solo molta angoscia e mi fa provare un sentimento difficile da definire, quasi rabbioso, nei confronti di ciò che potremmo essere e non siamo, di ciò che potremmo fare e non facciamo, di tutte quelle storie che non appaiono mai al telegiornale, dei mille euro che forse si potevano usare per dare una mano alle mamme di diciassette anni senza acqua corrente, dei politici che si scambiano battute al vetriolo sul prodotto interno lordo e non si chiedono mai che aria respireranno i loro nipoti o quanti neonati finiranno in un cassonetto nei prossimi sei mesi o quante madri che avranno bisogno di aiuto non sapranno a chi chiederlo.
Non so se mi sono sfogata veramente, ma qualcosa volevo dire. E qualcosa vorrei fare anche se non so ancora bene come.
Intanto, segnalo l’attività dell’associazione Pangea, che aiuta le madri in difficoltà nei paesi in via di sviluppo. Una bella idea che forse dovrebbe essere "esportata" anche qui.