Ci sono particolari connessioni cerebrali tra una madre e il suo bambino. Uno studio giapponese ha utilizzato la risonanza magnetica funzionale per dimostrare questa che potrebbe sembrare un’ovvietà. La ricerca ha preso in considerazione un gruppo di madri di bambini di 16 mesi. I bambini sono stati filmati in situazioni di serenità, sorridenti, e mentre piangevano e cercavano la madre. Tutti i bimbi erano vestiti allo stesso modo. Poi, alle madri sono state mostrate le registrazioni di tutti i bimbi, in sequenza, mentre la risonanza magnetica registrava in contemporanea l’attivazione delle funzioni cerebrali.
Il “circuito” attivato nel momento in cui alla madre veniva mostrato il filmato del proprio figlio si è dimostrato del tutto diverso da quelli funzionanti durante la visione degli altri bambini. In particolare, l’attività elettrica cerebrale è apparsa notevolmente alterata di fronte alla situazione di disagio e di pianto del proprio figlio.
Non sembra una cosa particolarmente rivoluzionaria. Invece, non è del tutto vero. Dimostrare attraverso una prova scientifica che esiste una risposta di tipo biologico-neuronale nel cervello materno al pianto del proprio bambino è un importante passo verso il riconoscimento di quello che finora poteva essere definito semplicemente un “istinto naturale”.
Se da un lato il pianto del bambino, in particolare del bambino piccolo, è una naturale forma di difesa e l’unico metodo di comunicazione vocale instaurabile con l’adulto, dall’altro anche la risposta a questa sollecitazione è in qualche modo “fisiologica”, biologicamente ed evoluzionisticamente determinata.
In questo modo, si aggiunge valore anche alle teorie di quanti, finora, hanno sostenuto che ignorare il pianto del bambino non è un motivo di stress solo per il piccolo, ma anche per i genitori (lo studio è stato condotto solo sulle madri, ma non è detto che questo meccanismo non sia valido anche per i papà). Insistere sulla “moderna”, anche se piuttosto superata, teoria che il bambino deve essere lasciato piangere è una forma di repressione di una spinta naturale potente che potrebbe causare reazioni di stress nel sistema nervoso materno.
Non che bisognasse attendere l’invenzione della Risonanza magnetica funzionale per capire una cosa tanto evidente, ma scoprire una connessione diretta tra alcuni istinti e alcune funzioni cerebrali specifiche può essere di una certa importanza. Magari anche per capire alcuni meccanismi opposti, per esempio l’assenza di questo tipo di “spinte” biologiche.