Ritorno adesso da un’altra trasferta pugliese, questa volta più lunga. Il primo argomento che mi viene in mente di annotare in questo blog riguarda gli effetti dell’iperprotettività/ansietà sul carattere di un bambino. La riflessione nasce, ovviamente, dall’osservazione sul campo. La mia nanetta si trova, infatti, ad avere una "cugina" (non so determinare il grado di parentela, così uso le virgolette ;) ) di poco più di tre anni che vive sotto la costante e devo dire intollerabilmente pressante vigilanza di madre/nonna/zia in formazione intercambiabile e sempre altamente ansiogena. La bimbetta non può: correre, saltare, sporcarsi, giocare sulla sabbia, appoggiarsi ai muri, toccare un numero infinito di oggetti, per non parlare di animali e affini e un mare di altre cose. Deve: stare sempre attenta (avvertenza generica che le viene ripetuta a ritmo di trenta volte al minuto).
D’altro canto, mia figlia adora: correre, saltare (sta facendo i primi esperimenti che le sono valsi il primo ginocchio sbucciato della sua vita), stendersi a terra a pancia in giù e strisciare sul pavimento, sporcarsi, giocare con il cane dei nonni e farsi leccare, impanarsi di sabbia… ecc. Tutte cose che ritenevo piuttosto normali e comuni nei bambini, fino a quando non ho visto le due "cugine" giocare assieme.
La maggiore, afflitta dalle tre erinni in iperventilazione da tanto gridare "attenta!!", ha preso l’abitudine di vendicarsi facendo movimenti improvvisi e pericolosissimi per chi le sta attorno ed  emettendo strilla iperacute che facevano impazzire perfino la cagnetta dei nonni mentre la nanetta più piccola, perplessa, si guardava attorno cercando di capire come interagire con il folletto urlante e se i diecimila divieti promulgati per la parente più grande fossero in qualche modo rivolti anche a lei.
Insomma, un fallimento. Giocare assieme per le due bimbe era impossibile, pur essendo entrambe attratte una dall’altra. Inutile dire che il rapporto di comunicazione tra le due rispettive madri (di cui una sono io :p ) era pari se non inferiore a quello tra le bimbe.
Una sera, mentre mia figlia dormiva pacifica nel lettone, sotto la finestra spalancata (da cui entrava un pallido refolo di scirocco caldo), allietata da un filo di ventilatore alla luce di un abat-jour, mi sono sentita rivolgere almeno otto volte la seguente domanda (lascio intuire il tono): "ma tua figlia riesce a dormire con la finestra aperta e la luce accesaaaaa?" Lascio intuire i sottointesi…
Il prossimo post, ora che ci penso, sarà dedicato alle correnti d’aria.