Mi domando. Secoli di oppressione maschilista, lotte di liberazione e autoaffermazione, battaglie mai concluse per rivendicare il diritto alla nostra identità e al nostro riconoscimento sono servite a questo?donne soldato
Mi dispiace, so che potrei suscitare un putiferio, ma queste foto non mi regalano alcun brivido di soddisfazione. Tutt’altro. Mi insinuano un profondo senso di disagio e di tristezza. La lunga strada che le donne di questo paese hanno percorso e stanno faticosamente cercando di percorrere ha come obiettivo quello di assomigliare il più possibile a loro, ai maschi, anzi, peggio, a quel modello maschile che è stato ed è tuttora il principale responsabile della mancata affermazione del femminile, in quanto tale?
Essere un soldato, indossare una divisa, impugnare un’arma che rappresenta, almeno simbolicamente, ma neppure troppo, la possibilità di uccidere qualcuno. Considero tutto questo l’esatto opposto dell’essere donna.
Considero tutto questo una deprimente inversione di rotta nella remota possibilità che le donne italiane riescano davvero a liberare se stesse e ad affermarsi per quello che sono: donne.
Un cambio della guardia al femminile al vertice del Quirinale, e non fuori dalla porta, una rappresentanza di donne in parlamento degna di tale nome, una classe di donne dirigenti che non scimmiottino i modelli prepotenti e rigidi dei loro colleghi maschi, ma che impongano reali cambiamenti (magari negli orari di lavoro, asili aziendali, rispetto per la diversità) una schiera di donne agli alti vertici della ricerca, delle università, dell’editoria, donne che raggiungono i loro obiettivi senza doversi spogliare della propria femminilità, ma anzi facendone un punto di forza, un vantaggio. Una generazione di donne che riesca a cambiare la prospettiva delle cose, anche per gli uomini, questo considero un obiettivo da raggiungere e per il quale varrebbe la pena lottare. Donne che siano capaci di togliere le divise militari ai loro figli, ai loro mariti, ai loro nipoti, che siano capaci di far distruggere le armi e non che sognino di brandirne una, illudendosi che questa sia una conquista.
Ma quale conquista? Ma quale libertà?
E’ un’altra vittoria del mondo maschile nella peggiore delle sue manifestazioni l’imposizione del suo ideale più violento, l’elargizione di una fetta di quel mondo come fosse un regalo per noi esseri inferiori che, felici e inebetite, ci ingoffiamo dentro una brutta divisa verde e ci annulliamo dietro un fucile. Proprio come loro.