Premessa assolutamente indispensabile: non sopporto Letizia Moratti e se la sua riforma non verrà totalmente smantellata nell’arco dei prossimi quattro anni, dovrò mandare mia figlia a scuola in un altro paese! Bene, mi sono tolta questo peso e adesso posso continuare.
Stavo leggendo con una certa soddisfazione i dati sul fallimento delle proposte Moratti di riduzione facoltativa dell’orario scolastico a 27 ore settimanali. Le famiglie hanno generalmente snobbato l’offerta e si sono mantenuti sulle tradizionali 30 ore. Non sono sicurissima che una maggiore quantità di ore scolastiche corrisponda ad una migliore istruzione (soprattutto vista la poca fiducia che ripongo nella maggior parte – non tutti – degli insegnanti della scuola dell’obbligo), ma mi fa piacere comunque perché era palese che gli intenti morattiani non andavano verso un miglioramento del sistema educativo, quanto verso una riduzione del personale e delle spese.
Leggo poi (sulla Repubblica online) che anche la possibilità di iscrivere i bambini in anticipo alla prima elementare non ha incontrato grandi proseliti grazie, testuale, alla maggiore consapevolezza, da parte delle famiglie, che non se la sentono di "togliere un anno di gioco" ai propri figli, o la paura che – come sostengono diversi esperti – l’anticipo possa complicare la vita scolastica futura agli alunni "meno pronti".
E qui, mi spiace, ma mi sono un po’ incazzata. Il fatto è che io sono andata a scuola a cinque anni appena compiuti e mai scelta fu più felice. A tre anni sapevo leggere, all’asilo mi annoiavo da morire, perciò fui io stessa a supplicare i miei di mandarmi a scuola. Dovettero iscrivermi alla cosiddetta "primina" in una scuola privata e poi feci un esamino di ammissione alla scuola pubblica per entrare in seconda elementare.
Un mare di critiche piovvero sui miei. Tutti dicevano che era da pazzi mandare una bimba così piccola a scuola, che se ne sarebbero pentiti, che anche se ero precoce a cinque anni avrei scontato quell’anticipo negli anni successivi, quando si sarebbe notata di più la differenza con gli altri bambini. Niente di più falso. La scuola mi divertiva molto di più degli stupidi giochetti della materna, dove ero anche costretta a fare il sonnellino pomeridiano, la maestra era carina e simpatica (tanto che me la ricordo ancora) e il mio curriculum scolastico è scivolato via a gonfie vele, tanto che mi sono laureata a 22 anni con mio estremo sollievo e soddisfazione. Insomma, al contrario di quanto dicevano i detrattori della primina, per me quello non è stato un anno sottratto all’infanzia, ma un anno guadagnato alla vita libera dall’obbligo scolastico e dall’istruzione accademica. Secondo me, il punto è un altro. I bambini sono tutti diversi. Alcuni sono più che pronti per entrare a scuola a cinque anni e altri non lo sono neppure a sei. Eppure devono entrarvi lo stesso e nessuno si scandalizza. Se proprio il legislatore volesse fare una cosa intelligente (di certo non me la aspetto dalla Moratti) dovrebbe rendere ancora più flessibile l’età di ingresso alla scuola dell’obbligo, ponendo, ad esempio, un arco di tre anni (tra i cinque e i sette) e disponendo degli strumenti di valutazione della "maturità" del bambino da affidarsi, dico così improvvisando, per esempio all’ultimo anno di scuola materna o a dei colloqui con i genitori prima dell’iscrizione. Non certo a test di valutazione del bambino, che potrebbero essere tradotti in "mio figlio è un genio" in un caso e "mio figlio è in ritardo" nell’altro.
Mi sembra, ma non ne sono certa, che qualcosa del genere accada già all’interno del sistema scolastico steineriano (di cui però non condivido altri aspetti). In attesa di una riforma "intelligente" (in cui spero ci sarà anche l’inizio delle lezioni alle 9 del mattino invece che alle barbariche otto/otto e mezza), spero che la possibilità di mandare i bambini alla scuola pubblica in anticipo rimanga, se non altro per i bimbi, come mia figlia, nati all’inizio dell’anno solare, che altrimenti sarebbero costretti ad attendere inutilmente sei mesi nel purgatorio delle scuole materne o nella noia casalinga.