A otto mesi e molta ciccia la mia seconda bimbetta non ama molto andare a quattro zampe. Ci prova, ci riprova, poi si spiaggia pancia a terra e piange. Le piace molto di più stare in piedi, così ha le mani libere per acchiappare tutto quello che vede e cercare di farlo a pezzi. Con la prima nanetta la cosa era stata piuttosto semplice. Un giorno, intorno ai sette-otto (ma la mia memoria non è molto precisa in queste cose) ha iniziato a gattonare. E’ diventata sempre più brava e veloce. E non è che avesse tutta questa fretta di alzarsi e camminare. Pensavo che il fatto che entrambe le mie figlie trascorrono moltissimo tempo sul pavimento avrebbe reso ovvia questa fase per tutte e due allo stesso modo. Ma no. Allora ho dato un’occhiata in giro per capire come funziona davvero questa storia del gattonamento.
Non ho scoperto cose particolarmente illuminanti. Innanzitutto, che gattonare fa bene. Nessuna novità. Ma la Rete abbonda e ridonda di siti che elencano i benefici del gattonamento . Oltre ai benefici fisici, si elencano anche quelli emozionali e psicologici, che qui riassumo sommariamente: 1. nuovo modo di relazionarsi ai genitori 2. scoperta di cose che esistono lontano da lui/lei 3. orientamento nel suo ambiente di vita 4. maggiore attenzione a ciò che li circonda 5. necessità di prendere decisioni 6. mantenimento di una meta precisa 7. intensificazione delle emozioni.
Dal punto di vista fisico: fin dai primissimi istanti di vita il bambino inizia a muovere gli arti e – se gli fosse permesso – si arrampica istintivamente sul ventre materno per raggiungere il capezzolo. Nei mesi successivi, il bambino continua ad allenarsi agitando braccia e gambe e scalciando. Le connessioni dei suoi giovani motoneuroni si affinano, i movimenti iniziano ad essere sempre meno casuali, i muscoli cominciano a rafforzarsi. A quattro-cinque mesi comincia a stare seduto e, se lasciato a pancia in giù, muove le gamba e le braccia preparandosi a “strisciare” verso l’obiettivo. E’ il prologo del “quattro zampe”, fase che, parlando sempre in linea generale e piuttosto teorica, dovrebbe arrivare intorno agli otto-nove mesi. Questo dicono i manuali. Dicono anche di quanto l’andatura a quattro zampe sia importante per il corretto sviluppo della colonna vertebrale, per il rafforzamento muscolare degli arti e anche per la libera esplorazione dell’ambiente da parte del bambino. Ma allora perché i bambini che gattonano diventano sempre meno?

Qualcuno dice che è una sorta di spinta evolutiva. Altri dicono che è principalmente un fatto culturale. Vi consiglio, a questo proposito, di leggere quello che scrive il pediatra Roberto Albani sul fatto che bambini italiani sembrano aver perso questa abilità in misura molto superiore rispetto ai loro coetanei di altre parti del mondo.Trovo le considerazioni di Albani piuttosto veritiere e condivisibili, ma… non del tutto, vista se non altro la mia esperienza personale. Comunque, non ho ancora ceduto le armi e siccome ci tengo davvero che la mia piccoletta esplori il suo mondo a quattro zampotte, anche perché non mi ci vedo a girare piegata in due per casa già a partire dagli otto mesi d’età, ho dato ancora un’occhiata in giro e ho trovato anche qualche consiglio per cercare di “aiutare” i bambini meno inclini al gattonamento.  Per esempio questi sul sito della Leche League o questi altri su Raise smart kids.

Oltre ai piuttosto ovvi consigli di lasciare i bambini liberi di stare seduti/stesi a terra, di non costringerli in abiti scomodi, di non mettergli scarpette prematuramente, almeno in casa, ci sono anche altre idee carine tra cui alcune che vorrei sperimentare e sulla cui efficacia riferirò. Mi piace, ad esempio, l’idea del “roller”, un cilindro o una palla o un cuscino rotolante, insomma qualcosa da piazzare tra la pancia del pargolo e il pavimento, a una misura che gli permetta comunque di mettere i gomiti a terra, che lo sostenga e lo aiuti ad avanzare verso una meta precisa (per esempio la faccia della mamma o del papà).
Altri invitano ad avvolgere la pancia dell’apprendista quadrupede con un lenzuolo sostenendolo nei suoi tentativi. Proverò. La mia è una questione aperta su cui non intendo cedere. E poi, in caso, scriverò una mail ad Albani…


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