Stamattina mi sono messa a scorrere le notizie di un sito dedicato alle informazioni sul mondo dell’agricoltura biologica, dei cibi naturali e via di questo passo. Trovo sempre un sacco di cose interessanti, ma oggi la mia attenzione è stata attratta da una delle notiziole in piccolo, quelle che nei giornali si definiscono "di colore". Il titolo era "La Vezzali mangia bio e vince i mondiali". E vabbè. Buon per lei. Non è che sia stata attirata tanto dal fatto che la Vezzali si nutra di cibi sani, ma piuttosto dal bombardamento di notizie che nei giorni scorsi hanno ruotato attorno alla sua medaglia d’oro, conquistata a solo quattro mesi dalla nascita del suo primogenito.
La stampa e la tv non hanno fatto che incensare continuamente la campionessa di scherma per la sua impresa. Fare un figlio, tornare in forma in pochi mesi e addirittura vincere un mondiale. Io, però, non la vedo proprio così. Mi chiedo se qualcuno ha pensato anche al piccoletto. Chi si è occupato del piccolo Piero mentre mamma stava in palestra, sulla pedana, dai medici, dai massaggiatori, dal dietista biologico… e via dicendo?
Mi chiedo perché nella nostra cultura malata di traguardi e ambizioni sia più encomiabile la madre che "malgrado" la gravidanza o la nascita di un bambino fa tutto quello che faceva prima o anche di più rispetto a quella che, invece, mette da parte alcune cose per dedicarsi al nascituro o al neonato in modo soddisfacente.
Non è solo la Vezzali. La Vezzali è un simbolo. Conosco un sacco di madri a cui non è neppure stata data una medaglia d’oro o che non sono finite sui giornali, che si vantano di aver compiuto imprese prodigiose con la pancia di sette mesi, o di non aver modificato minimamente i propri ritmi di lavoro fino al giorno del parto, o di essere rientrate in ufficio appena uscite dal reparto maternità…
Qual è il senso? A quale premio dobbiamo continuamente ambire noi donne di questa generazione per dover rinunciare a vivere gravidanza e maternità in modo pieno e naturale per sentirci approvate, lodate, ammirate e poi crescere dei figli stressati a sei anni, ritalinizzati a dieci e insopportabili a quattordici?
Se il modello che ci viene proposto è quello della Vezzali mamma e campionessa mondiale come possiamo sperare che la maternità ritrovi un posto dignitoso nella nostra società, che le venga restituito il rispetto di cui godeva in un passato non lontanissimo e che le vengano accordati i tempi e i modi che richiede per leggi di natura e non di carriera?
NOn siamo costrette ad essere tutto, tutto insieme. Non dobbiamo cedere all’illusione di poter essere maschio e femmina allo stesso tempo, di essere "vincenti" sul lavoro e di allevare splendidi figli felici, e nemmeno dobbiamo cullarci sull’idea di poter essere le madri perfette della pubblicità del mulino bianco. Dovremmo cercare di essere quello che siamo e pretendere i tempi e gli spazi per esserlo, a seconda delle fasi della vita, dei momenti, delle necessità. "C’è un tempo per ogni cosa"…
E lo ha detto qualcuno che ne sapeva parecchio.