Ecomamma

MarianaCi avrete senz’altro fatto caso: le bambole crescono tutte a ciuccio e latte artificiale!!
A partire dal leggendario Ciccio Bello in poi, non c’è bambina che non abbia imparato durante l’infanzia ad usare un biberon e un succhiotto. Dal modello basic (biberon e ciuccetto di plasticozza e bambolotto con apposita feritoia) fino a quelle più chic: biberon che si riempie e si svuota, bambolotto che fa pipi, piange e con il ciuccio si calma e via di questo passo…
Ma se vi guardate attorno malgrado l’universo sconfinato delle bambole in commercio non ce n’è una, nemmeno una, che abbia la fortuna di succhiare latte di mamma!! La cosa non è affatto irrilevante. Attraverso il gioco infantile, infatti, noi trasmettiamo un concetto di fondamentale importanza, esprimiamo la cultura del tempo e della massa, e attraverso i giochi i nostri bambini imparano, imparano, imparano…
A mia figlia preferirei insegnare ad alimentare le sue bambole come io alimento lei, al seno, nel modo più naturale del mondo. Vorrei insegnarle che non c’è nulla di cui vergognarsi nelle possibilità del corpo di una donna, anzi, che ci si può giocare. Allora mi sono guardata attorno. Ho scoperto che nessuna, proprio nessuna bambola di produzione industriale è esente dall’alimentazione imbottigliata e dal ciuccio calma-pianto. Non c’è scampo. Se si vuole trovare qualcosa di diverso bisogna orientarsi sulle bambole fatte a mano, magari quelle steineriane, oppure sulla bellissima Mariana che oltre ad essere bella è anche buona perché comprarla significa aiutare gruppi di madri in difficoltà in regioni povere del Brasile.
Non so se siamo ancora in tempo per mettere Mariana sotto l’albero di Natale, comunque sia, mi fa piacere segnalare anche altre bambole bottle-free acquistabili su Internet:
http://www.attachmentscatalog.com/gifts/dolls.html
http://www.babymilkaction.org/shop/magsanddolls.html
http://www.waldorfdolls.com/custom_orders.htm
http://www.naturalchild.com/shop/products/bf_dolls/


Do_something_rhsUno dei miei canali preferiti è quello del Gambero Rosso. Qualche giorno fa mi è capitato di vedere un programma intitolato Jamie’s school dinner. Il protagonista è Jamie Oliver, uno di quegli chef giovani e bellocci che spopolano con i loro programmi di cucinacoolchicfichissimarapidissimaeccetera…
A me, di solito, non è che piacciano granché. Ma questo mi è piaciuto un sacco. Jamie Oliver, infatti, ha deciso di intraprendere una battaglia personale contro lo junk-food, il cibo spazzatura, servito nella maggior parte delle mense scolastiche pubbliche del Regno Unito. Il contesto era da brivido. Il cuoco-star arriva in scuole dove ragazzini già non proprio fortunatissimi (chi può, infatti, va nelle scuole private e non solo perché si impara di più… evidentemente) a pranzo si sbafano regolarmente salsicciotti dalle forme improbabili e i contenuti inquietanti, patate fritte e rifritte, barrette di schifezze impronunciabili e lattine di bevande gasate a non finire.
Al cuoco-star viene da piangere. Anche perché la maggior parte dei ragazzini drogati di schifezze non ne vuole proprio sapere di modificare di un millimetro la propria dieta. Si scopre che quello è l’unico cibo che conoscono da quando hanno smesso di bere il latte di mamma (sempre che l’abbiano mai visto). Si scopre, inoltre, che per una fetta consistente di alunni quel patetico agglomerato di cibi industriali preconfezionati è l’unico pasto "decente" della giornata. A Oliver gli piglia un colpo ma non si da per vinto. Ne inventa di tutte per riuscire a coinvolgere i ragazzini in cucina, ma soprattutto intraprende una battaglia pubblica per convincere la ditta appaltatrice dei pasti delle mense ad eliminare dal menu tutti i cibi precotti e i preparati industriali per sostituirli con ingredienti freschi.
Oliver, per niente stupido, dimostra che ciò è possibile senza aumentare i costi di ciascun pasto nemmeno di un penny. Gli rispondono che le ditte danno quello che al cliente piace. Allora il combattivo Jamie dimostra che i ragazzini mangiano quello che gli si offre, ottenendo un successo clamoroso con un pasto a base di pasta al pomodoro, pollo arrosto e insalata! Per alcuni ragazzini quelle erano le prime foglie verdi mai ingoiate in tutta la loro vita.
Ma non finisce qui. Oliver decide di tentare di modificare anche l’alimentazione familiare di questi ragazzini e dei genitori prima sospettosi e piuttosto perplessi diventano a poco a poco i suoi principali sostenitori quando si accorgono che, una volta cestinati i sacchetti di roba industriale, i fritti strafritti e le bibite gasate, i loro figli si comportano in modo più civile e tranquillo. Insomma, il problema degli Hooligans non sta nel tifo sfegatato, ma in quello che hanno mangiato fin da piccoli!
Quella di Oliver diventa una missione e anche una petizione pubblica, con tanto di sito web, articoli sui giornali, dibattiti politici. Niente male per una cook-star! Un’altra dimostrazione di come si può essere famosi in modo intelligente. La chicca della puntata, però, è quando Jamie sta preparando una megacena per Bill Clinton e il suo staff. Gli americani arrivano, in numero mooolto maggiore delle prenotazioni, e invece di fiondarsi sul fantastico menu approvato settimane prima, chiedono bistecche e insalata perché stanno tutti seguendo una supposta "dieta californiana". Jamie infuriato preferisce lasciare il ristorante e quando Clinton chiede di conoscerlo, lui, dalla macchina, risponde: ditegli che sono a casa con mia moglie.
Bravo Jamie! E meno male che abitiamo in Italia e che una pasta al pomodoro e un piatto di insalata non mancano neppure nelle "peggio mense delle peggio scuole"…


KamiKami ha cinque anni, adora giocare, leggere, si diverte un sacco con i suoi amici e fa divertire una marea di bambini ogni giorno. Kami è sieropositiva, ha lungo pelo giallo, occhi enormi, mani con quattro dita ed è un personaggio del Muppet Show sudafricano.
La scelta di introdurre nelle storie del Muppet un personaggio Hiv positivo la dice lunga sul livello di diffusione del virus nella popolazione infantile del Sud Africa. Ora Kami è diventata anche ambasciatrice ufficiale dell’Unicef per i bambini infettati dal virus dell’Aids o per gli orfani i cui genitori sono stati uccisi da questa malattia.
Mi piace l’idea di utilizzare personaggi così allegri e situazioni divertenti per raccontare situazioni drammatiche, ma con le quali moltissimi bambini in molte aree del pianeta sono costretti a convivere ogni giorno della loro vita. Vedere Kami che si diverte e fa le cose normali di ogni pupazzetto della sua età probabilmente può essere il miglior conforto e la migliore fonte di speranza che un bimbetto in carne ed ossa con il problema dell’Hiv o che vive in un orfanotrofio a causa dell’hiv possa trovare.
Penso che sarebbe utile che anche ai nostri bambini venissero mostrate trasmissioni in cui personaggi come Kami insegnano che chi è colpito da una malattia o chi ha un qualsiasi tipo di svantaggio fisico, mentale o anche economico, non è un essere diverso, non va isolato, ma può vivere con gli altri e come gli altri.
Ecco cosa risponde Kami a un’intervistatore:
Nella mia scuola all’inizio i bambini non volevano giocare con me perché pensavano che avrebbero preso l’Hiv semplicemente giocando insieme a me. Ma i miei amici Zuzu e Zikwe e Moshe gliel’hanno spiegato. Hanno parlato e gli hanno detto: non potete prendere l’Hiv semplicemente giocando con lei.
Ai bambini a volte basta poco per capire come vanno le cose veramente, per superare le paure. Ai genitori, probabilmente, non basterebbero venti Kami per convincersi che permettere ai propri figli di condividere giochi e divertimenti non solo con bimbi sieropositivi, ma per esempio con bambini di un’altra religione o di un altro colore, non li esporrà ad alcun pericolo, li renderà, al limite, persone migliori.


Credo che il Natale sia una delle feste meno eco-compatibili del nostro calendario. La festa in sé e per sé non mi dispiace affatto, soprattutto quest’anno che ci sono due nanette sgambettanti sotto l’albero dei nonni :)
Però la lotta per convincerli a mantenere un basso profilo quando si tratta di regali per la nipotina è sfiancante.
Ci sono effettivamente cose che potrebbero essere utili (per esempio, il seggiolone per auto, vedi qui) ma mi risulta tuttora quasi impossibile evitare che si sentano inesorabilmente attratti dalle vetrine traboccanti di giocattoli per la maggior parte inutili e per buona parte dannosi o non adatti a una bimba di dieci mesi.
Mi piacerebbe convincerli ad usare il denaro dei regali per qualche giusta causa, per esempio donazioni ad associazioni o enti benefici, ma è forse chiedere troppo. Allora li sto dirottando al negozio dell’Unicef, dove almeno il denaro dei regali non entrerà nelle casse Disney o Mattel e dove, tra l’altro, si trovano giocattoli carinissimi.
Inoltre. Il patto è un solo pacchetto per ogni coppia di nonni. Tutto ciò che dovesse debordare, non verrà traslocato nella nostra piccola casa, che tra l’altro già trabocca di giocattoli, libretti, bambolotti e peluches.
Il fatto è che vorrei riuscire ad educare mia figlia alla gioia di ricevere regali. Vorrei che riuscisse ad avere dei desideri e vorrei tanto, qualche volta, poter essere io o suo padre ad esaudirli.
Il fatto che abitiamo lontano dai nonni, però, rende tutto questo un’impresa titanica. Ogni volta che li incontriamo, infatti, sentono la necessità di colmare la bambina di doni. C’è chi si lancia di più sull’abbigliamento e chi preferisce buttarsi sui giocattoli. Sta di fatto che mia figlia, a meno di un anno, ha già troppo di tutto. E io mi impongo di non comprarle nulla, nemmeno quando trovo qualcosa di irresistibile, per non aggiungere di più al troppo.
Mi piacerebbe riuscire a spiegare che il regalo non deve e non può essere un surrogato della presenza fisica e che non è giusto anticipare i desideri della bambina circondandola di ogni cosa possa volere prima che abbia il tempo di farlo.
Mi dispiace anche arrivare all’estremo di nascondere i doni che riceve. Ma lo faccio. Lascio che ci giochi appena li apre, e poi li nascondo in scatole e scatoloni per ripresentarglieli con calma e uno alla volta in altri momenti. Ma in dieci mesi ho accumulato tanta di quella roba nelle scatole che non basterebbe un altro anno per permetterle di godersela tutta.
Il mio non è un puntiglio senza senso. Lo so perché ho un ricordo preciso della gioia immensa che provavo quando da piccola ricevevo un dono che avevo desiderato a lungo. "Ai miei tempi" (quanto odio dirlo) i regali non arrivavano con tanta frequenza. Se vedevo un giocattolo in una vetrina, iniziavo a pensare a quanto sarebbe stato bello trovarlo sotto l’albero, o riceverlo al compleanno. Passava il tempo e continuavo a coltivare quel desiderio, con aspettativa vera. E quando finalmente arrivava il momento e ricevevo quel regalo, la gioia era immensa, tanto che la ricordo ancora. E il giocattolo in questione aveva tutto il tempo di essere goduto, usato, sfasciato e condiviso.
Nonni, per favore, mettete questa gioia anche sotto l’albero di mia figlia!!


BabygamiLa settimana scorsa sono entrata da Feltrinelli. Non lo facevo da un sacco di tempo e anche mi sono ricordata che mi piaceva un sacco. Così me la sono presa abbastanza comoda. La nana stava accoccolata nella fascia, e il salottino di lettura al primo piano è diventato anche un buon punto emergenza latte, all’occorrenza.
Ci siamo perse nel reparto bambini. Che bello. Giocattoli di legno, libri di stoffa, libri, libri e ancora libri… Poi la mia attenzione è stata catturata da una copertina: il titolo era Baby-gami e la foto è quella di due pupetti  irresistibili tutti imbozzolati tipo baco da seta. L’ho comprato. Il libro in sé non è un granché: insegna a fasciare i neonati come fanno nei nidi degli ospedali, e questo è utile. E mostra un paio di posizioni con la fascia lunga, ma non troppo bene e, a mio parere, con alcune incorrettezze. Però le foto sono bellissime. I soggetti sono stupendi, tutti avvolti in pacchetti e pacchettini di vario genere. Sembra un servizio di moda, e infatti il fotografo è di quelli piuttosto quotati. Insomma, fagotti e fasce tra non molto potrebbero portare firme illustri (comunque basta una coperta qualunque o un pareo, la firma è optional).
Intanto, baby-gami può essere un’idea carina da impacchettare per fare un regalo a una futura mamma. Costa 12.50 euro.


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