NOn sono sicura che ci volesse uno studio scientifico incrociato che mobilitasse accademici spagnoli e statunitensi…comunque alla fine la scoperta è che un uso frequente di candeggina e prodotti che la contengono (che sono tantissimi) aumenta considerevolmente (di circa cinque volte) il rischio di asma e di bronchite cronica.
Ovviamente il mio pensiero è andato immediatamente a… mia suocera. Ogni tanto mi è successo di entrare nel bagno di casa dei nonni di mia figlia e di essere investita da una nube tossica di pulizia!! Candeggina allo stato puro, ovunque e in continuazione.
A mia suocera piace avere la casa pulita e combattere i germi
Quello che lo studio ispanoamericano non dice, ma che mi sembra un’evidente conseguenza, è che l’abuso di queste sostanze detergenti non faccia per niente bene neppure a chi vive negli ambienti "sterilizzati" in questo modo. Soprattutto ai bambini.
Perciò questo post è un appello a tutte le mamme e nonne affette da sindrome da disinfezione costante e tolleranza zero contro germi e batteri.
Meglio un batterio oggi che un’asma o una bronchite cronica domani e dopodomani e dopodomani ancora…
ps: ecco un elenco piuttosto chiaro delle componenti tossiche contenute nei vari prodotti utilizzati più o meno quotidianamente nella pulizia domestica
Condividere il lettone, (il cosleeping tanto per usare un termine più cool) è uno di quegli argomenti che è davvero difficile affrontare al di fuori delle proprie mura domestiche. A dire la verità, nel mio caso, ho scoperto che esiste una definizione per la condivisione del lettone solo molto dopo la nascita di mia figlia, e con parecchie notti di letto a tre vissute.
Non si è trattato di una decisione ragionata, ma di un istinto naturale che sia io sia mio marito abbiamo sentito e accettato. Così come è iniziata, la mia esperienza di cosleeper continua ancora adesso, ossia senza integralismi e senza fanatismi.
Mia figlia passa la prima parte della notte nella sua culletta, di fianco al letto, poi frignucchia e, prima ancora che si svegli del tutto, la "slittiamo" nel lettone, dove si àncora alla tetta e trascorre il resto della nottata.
A suo tempo (fino a qualche mese fa) ho affrontato lunghe ed estenuanti discussioni con i detrattori di questa pratica e con i fanatici del metodo Estivill, o con chi, semplicemente, mi elargiva perle di saggezza popolare sui vari rischi del condividere il letto con i figli.
Inutile dire che nessuno mi ha convinto, così come non ho mai preteso di convincere qualcuno del contrario. Ci sono stati momenti in cui la presenza di mia figlia nel letto mi risultava un po’ meno gradita (tipo quando si metteva di traverso e mi puntava un tallone sulla bocca dello stomaco) e altri in cui il fatto che restasse un po’ più del solito nella sua culla mi metteva a disagio. A volte ho anche pensato che forse era arrivato il momento di cambiare e di iniziare ad "educarla" al sonno individuale, ma poi ho di nuovo cambiato idea. In realtà, ancora una volta mi sono affidata alle mie sensazioni (e a quelle del papà, ovviamente) e dentro di me non ho trovato alcuna motivazione reale per modificare il nostro comportamento notturno. In compenso, ho cambiato radicalmente quello diurno… nei confronti degli adulti, intendo. NOn parlo più di questo fatto con nessuno (o quasi), non discuto più, non cerco neppure di difendermi.
Il fatto è che sono assolutamente convinta che in fatto di sonno ognuno dovrebbe seguire il suo istinto. C’è chi non riesce a dormire se di fianco non ha il proprio compagno, chi non sopporta neppure un barlume di penombra e chi (come me) adora dormire con la luce che entra dalle finestre, chi non sopporta nessun rumore e chi dormirebbe anche in una discoteca. Lo stesso vale con i bambini. Per qualcuno l’idea di avere nel letto il proprio figlio è impensabile (non so quanto pesi il pregiudizio sociale sull’istinto naturale, ma è così e basta) per altri è una scelta educativa, per altri ancora non è una scelta, ma un abito naturale. La cosa che ancora mi sconcerta è l’aggressività che si scatena attorno a questo argomento (pari solo a quella riguardante allattamento e coccole).
Dentro di me, inutile negarlo, sono convinta che dormire con il proprio bambino sia un’esperienza bellissima, sia per i genitori sia per il bambino. Sono convinta che sia la cosa migliore, è ovvio, altrimenti non lo farei. Difendo questa mia posizione e cerco di farlo appoggiandomi anche a dati più o meno scientifici. Dentro di me soffro quando sento di genitori che applicano il metodo Estivill, anche quando non lo chiamano così, per educare i loro figli all’indipendenza e cercano di convincerli fin dal primo giorno di vita a dormire come dormono loro. Soffro e sto zitta.
Ma se qualcuno mi chiede come vanno le nostre notti, so che dovrò come minimo sopportare qualche commento ironico tipo: non uscirà mai più dal vostro letto, dovrete andarvene prima voi, oppure qualche vaticinio oscuro del genere: vivrà sempre appesa alle tue gonne.
Francamente me ne frego. Sì, ho deciso che me ne frego. Non dico nulla. Non me ne faccio un problema. Dormo con mia figlia da un anno e sono felice. La allatto ogni volta che vuole e mi sento bene. Mi basta guardarla per sapere che è una bimba contenta e soddisfatta e questo è l’unico commento a cui presto attenzione.
Se avete qualche curiosità sulla condivisione del sonno, la lettura che consiglio è sicuramente il libro di Carlos Gonzales Besame mucho (stesso titolo in italiano).
In Rete, invece, la fonte principale di informazioni per i promotori del Cosleeping è il sito del dottor McKenna (in inglese).
I detrattori di questa pratica si cerchino fonti e risorse da soli…
Un po’ mi sono pentita di aver comprato, diversi mesi fa, un seggiolone Chicco, piuttosto fico, per carità, ma un po’ catafalco e per certi versi non troppo funzionale. Mi sono pentita, perché in realtà il mio pensiero andava ad oggetti tipo il seggiolone della Stokke o il Mobo. Si tratta di sedie che hanno la caratteristica di crescere con il bambino, garantendogli, dai sei mesi all’età adulta, una seduta ergonomica. IL problema dei catafalchi tradizionali tipo il mio è che, quando il bimbo è ancora piccolo, per arrivare al tavolino del seggiolone deve tenere i gomiti altissimi e chi deve, per esempio, raggiungere la bocca del pupo con un cucchiaio deve, a sua volta, stare in una posizione più elevata di quella garantita da una normale sedia. Invece i seggioloni "evolutivi" consentono al bambino di stare seduto anche ad altezza tavolo dei grandi, oppure di avere di fronte a sé un piano raggiungibile tenendo le braccia in posizione normale e i piedi ben appoggiati, qualunque sia la loro statura. Infine, non c’è niente da fare, il legno è un materiale che mi attrae sempre molto più del plasticone colorato.
E’ vero, quei seggioloni costano tanto (e va detto che la rivista Altroconsumo non li ha neppure premiati granché nel recente test sui seggioloni), però se si pensa che poi rimangono in casa per anni e che sono oggetti di design… forse la spesa è ammortizzata.
Se state pensando di comprare un seggiolone evolutivo, però, non fermatevi a quelli che ho citato, che ormai cominciano ad essere piuttosto noti. Puntate in alto e date un’occhiata al top della categoria. La sedia Crival, azienda nota per aver creato oggetti dal design inconfondibile. Il seggiolone-sedia-tavolo-echipiuneha è bellissimo!!
In Italia non l’ho mai visto, e l’unico sito che ho trovato che lo venda online è inglese (cambio sterlina/euro assolutamente sfavorevole).
Una volta, quando si aspettava un bambino, la famiglia faceva il classico regalo pensando "al futuro" e apriva un libretto di risparmio.
Ora l’ultima moda in fatto di previdenza familiare, nei paesi in cui è consentito, è regalare al neonato/a un kit di cellule staminali prelevate dal proprio sangue ombelicale e conservate in apposite banche. Manco a dirlo, l’intera procedura è gestita da enti privati e, ovviamente, costa un bel po’, nell’ordine dei duemila euro.
L’idea di chi decide di fare questo regalo al proprio bambino è che in qualche modo gli si stia comprando un’assicurazione sulla vita almeno per quanto riguarda eventuali malattie ematiche, linfomi, leucemie o, magari, per ricostruire parti di organi malati in un futuro non troppo lontano. In Italia, questo non è ancora possibile. Il sangue del cordone ombelicale può essere solo donato nei reparti maternità attrezzati per la raccolta.
La prima reazione di fronte a questo fatto potrebbe essere quella di chiedersi che male ci sia a voler mettere da parte il proprio sangue del proprio cordone per il proprio figlio. E, in effetti, non ci sarebbe nulla di male, se almeno ci fosse la certezza scientifica che possa essere utile. Ma vediamola da un altro punto di vista. Se ogni madre potenziale donatrice del sangue del cordone scegliesse di conservarlo per un uso autologo altamente improbabile che possibilità resterebbo ai malati esistenti di poter ottenere una donazione di cellule staminali? Inoltre, perché dovremmo creare banche di un materiale preziosissimo, come questo tipo di sangue, sapendo che una buona parte di esso dovrà essere gettato?
La legge italiana, tra l’altro, prevede l’autodonazione nel caso di reale necessità, per esempio se il sangue viene prelevato per curare un fratello o una sorella già ammalati, e quindi salvaguarda la famiglia che deve affrontare un’emergenza di questo tipo. Ma se invece che diffondere la cultura dell’autodonazione preventiva, si cercasse di fare reale informazione sulla donazione del sangue
placentare forse non ci si dovrebbe preoccupare di metterne da parte per i propri figli, potendo contare su banche fornite, pubbliche e gratuite. Come regalo al neonato, forse è ancora da preferire il libretto di risparmio.
Premessa assolutamente indispensabile: non sopporto Letizia Moratti e se la sua riforma non verrà totalmente smantellata nell’arco dei prossimi quattro anni, dovrò mandare mia figlia a scuola in un altro paese! Bene, mi sono tolta questo peso e adesso posso continuare.
Stavo leggendo con una certa soddisfazione i dati sul fallimento delle proposte Moratti di riduzione facoltativa dell’orario scolastico a 27 ore settimanali. Le famiglie hanno generalmente snobbato l’offerta e si sono mantenuti sulle tradizionali 30 ore. Non sono sicurissima che una maggiore quantità di ore scolastiche corrisponda ad una migliore istruzione (soprattutto vista la poca fiducia che ripongo nella maggior parte – non tutti – degli insegnanti della scuola dell’obbligo), ma mi fa piacere comunque perché era palese che gli intenti morattiani non andavano verso un miglioramento del sistema educativo, quanto verso una riduzione del personale e delle spese.
Leggo poi (sulla Repubblica online) che anche la possibilità di iscrivere i bambini in anticipo alla prima elementare non ha incontrato grandi proseliti grazie, testuale, alla maggiore consapevolezza, da parte delle famiglie, che non se la sentono di "togliere un anno di gioco" ai propri figli, o la paura che – come sostengono diversi esperti – l’anticipo possa complicare la vita scolastica futura agli alunni "meno pronti".
E qui, mi spiace, ma mi sono un po’ incazzata. Il fatto è che io sono andata a scuola a cinque anni appena compiuti e mai scelta fu più felice. A tre anni sapevo leggere, all’asilo mi annoiavo da morire, perciò fui io stessa a supplicare i miei di mandarmi a scuola. Dovettero iscrivermi alla cosiddetta "primina" in una scuola privata e poi feci un esamino di ammissione alla scuola pubblica per entrare in seconda elementare.
Un mare di critiche piovvero sui miei. Tutti dicevano che era da pazzi mandare una bimba così piccola a scuola, che se ne sarebbero pentiti, che anche se ero precoce a cinque anni avrei scontato quell’anticipo negli anni successivi, quando si sarebbe notata di più la differenza con gli altri bambini. Niente di più falso. La scuola mi divertiva molto di più degli stupidi giochetti della materna, dove ero anche costretta a fare il sonnellino pomeridiano, la maestra era carina e simpatica (tanto che me la ricordo ancora) e il mio curriculum scolastico è scivolato via a gonfie vele, tanto che mi sono laureata a 22 anni con mio estremo sollievo e soddisfazione. Insomma, al contrario di quanto dicevano i detrattori della primina, per me quello non è stato un anno sottratto all’infanzia, ma un anno guadagnato alla vita libera dall’obbligo scolastico e dall’istruzione accademica. Secondo me, il punto è un altro. I bambini sono tutti diversi. Alcuni sono più che pronti per entrare a scuola a cinque anni e altri non lo sono neppure a sei. Eppure devono entrarvi lo stesso e nessuno si scandalizza. Se proprio il legislatore volesse fare una cosa intelligente (di certo non me la aspetto dalla Moratti) dovrebbe rendere ancora più flessibile l’età di ingresso alla scuola dell’obbligo, ponendo, ad esempio, un arco di tre anni (tra i cinque e i sette) e disponendo degli strumenti di valutazione della "maturità" del bambino da affidarsi, dico così improvvisando, per esempio all’ultimo anno di scuola materna o a dei colloqui con i genitori prima dell’iscrizione. Non certo a test di valutazione del bambino, che potrebbero essere tradotti in "mio figlio è un genio" in un caso e "mio figlio è in ritardo" nell’altro.
Mi sembra, ma non ne sono certa, che qualcosa del genere accada già all’interno del sistema scolastico steineriano (di cui però non condivido altri aspetti). In attesa di una riforma "intelligente" (in cui spero ci sarà anche l’inizio delle lezioni alle 9 del mattino invece che alle barbariche otto/otto e mezza), spero che la possibilità di mandare i bambini alla scuola pubblica in anticipo rimanga, se non altro per i bimbi, come mia figlia, nati all’inizio dell’anno solare, che altrimenti sarebbero costretti ad attendere inutilmente sei mesi nel purgatorio delle scuole materne o nella noia casalinga.