Ecomamma

RitalinUna volta li definivano vivaci, terremoti, irrequieti, nei casi peggiori, difficili. Oggi sono bambini affetti da sindrome da iperattività o deficit di attenzione, in altre parole, malati.
C’è una bella differenza tra considerare un bambino come una persona con un carattere difficile o come un malato di mente. C’è una differenza enorme. Si tratta, in sostanza, di una definizione, di parole, che però possono determinare un destino.
Al dodicenne Gianluca l’Adhd (acronimo per questo tipo di sindrome tanto "di moda" negli States) sta già costando carissima. A Milano la sua scuola lo ha allontanato imponendo alla famiglia trattamenti farmacologici (Ritalin o simili). La famiglia si è opposta, Gianluca è già in cura da uno psichiatra – che evidentemente non ha ritenuto che il bambino dovesse assumere farmaci o essere allontanato dai suoi coetanei – ma ci è voluto l’intervento del tribunale per imporre all’istituzione di riammettere il bambino e di fornirgli, semmai, un programma didattico ad hoc.
In buona sostanza, lasciando da parte tutte le questioni relative alla drammaticità del ricorso a psicofarmaci nei bambini, quello che emerge da questo fatto è un fenomeno pericolosissimo. Si tratta di un rovesciamento totale delle responsabilità. La scuola, le istituzioni preposte all’educazione (peraltro obbligatoria e sancita dalla Costituzione, finché ne abbiamo una) hanno sempre avuto anche la funzione di affrontare le difficoltà dei ragazzini e di aiutarli a risolverle, in modo diverso da quello offerto dall’ambiente familiare. Si tratta della realizzazione letterale di una parola, educazione, di cui purtroppo molti ignorano l’etimologia. Educare significa portare fuori, far emergere, aiutare un essere con delle potenzialità a realizzarle e farle fruttare all’interno della società e delle sue regole, ciascuno con quello che porta dentro, ciascuno in modo diverso.
Sui metodi applicati per realizzare questo scopo si potrebbe discutere un secolo e non arrivare a nulla, ma quello che è importante è che almeno si doveva fare un tentativo. La scuola ci doveva provare. Anche per gli altri bambini, quelli più "facili", quelli "normali". Me lo ricordo anch’io quanto può essere difficile convivere in un’aula in cui tre o quattro ragazzini hanno anche quattro anni più di te e covano dentro rabbie profonde, incapacità di comunicare, a volte istinti violenti. Eddai, ci abbiamo convissuto tutti. A volte è difficile, a volte avremo avuto paura, o avremo provato fastidio. Ma non è così che va nel mondo reale? NOn dobbiamo ogni giorno convivere con un mare di persone, alcune delle quali violente, irascibili, con problemi gravi, depresse, arrabbiate, o semplicemente insopportabili? E se non impariamo a conviverci a scuola, quando dovremmo farlo? Ma no, oggi l’approccio sembra andare in direzione opposta. Il problema va etichettato, impacchettato e rispedito ai genitori con un marchio: adhd. Gli insegnanti si sostituiscono agli specialisti e i genitori devono prenderne atto e agire di conseguenza. A loro la patata bollente. La scuola se ne lava le mani. A loro la responsabilità totale di affrontare la malattia (e chi l’ha diagnosticata, il professore di fisica o quello di italiano?), di cercare una soluzione medica, di "normalizzare" il difficile a suon di pastiglie rincoglionenti e solo dopo, quando sarà sedato e tranquillo, rimandarlo a chi dovrebbe educarlo.
Poco importa se questo ragazzino fin dall’età infantile sarà bollato come malato di mente, se si porterà a vita le tracce di trattamenti farmacologici pesanti, se l’equilibrio familiare sarà messo a dura prova non solo dalle difficoltà caratteriali del figlio ma anche dal rifiuto sociale, dall’emarginazione che questo comporta. Una volta questo accadeva con chi aveva forti difficoltà di apprendimento e veniva considerato "ritardato". Per questi bambini c’erano le scuole differenziali un vero e proprio disastro educazionale, un’officina in cui si sfornavano problemi psicologici e psichiatrici invece che curarne. Sembrava che questo tipo di approccio dovesse essere cancellato per sempre, in favore di una metodologia educativa più aperta e attenta ai bisogni dei singoli individui. Invece no. Ancora una volta ci lasciamo influenzare da quanto di peggio avviene dall’altra parte dell’oceano e ci convinciamo che quello che fanno negli Stati Uniti debba per forza essere meglio di quanto stavamo raggiungendo andando avanti con i nostri modelli e le nostre conoscenze.
Più volte ho espresso i miei dubbi sulla direzione che sta prendendo la scuola italiana e sempre di più mi convinco che non mi piace. Non mi piace che la scuola si stia via via spogliando delle proprie funzioni di educatrice restando semplicemente un posto in cui si spacciano nozioni (quando va bene) e valutazioni spesso anche di bassa qualità. Spero che qualcosa cambi. Spero davvero che qualcosa cambi e che quando mia figlia andrà a scuola possa avere l’occasione di crescere anche grazie al confronto con bambini difficili, con terremoti e pesti iperattive.
Per farsi un’idea su Ritalin, Adhd ecc.. ci sono un sacco di siti a cui accedere. Consiglio di partire da Giù le mani dai bambini!


Percentile_1 Dai primissimi giorni di vita del bambino tutti i genitori dei paesi industrializzati imparano una parola: percentile!
I percentili, o curve di crescita, sono uno degli strumenti di lavoro dei pediatri per valutare lo stato di salute generale del bambino da diversi decenni. Si tratta sostanzialmente di dati generali di riferimento, ma nel corso del tempo si sono trasformati per molti pediatri in una sorta di bibbia assoluta e per molti genitori in un modello di perfezione o in un incubo, a seconda se la curva di crescita del proprio bimbo si piazzi sotto o sopra il famigerato 50° percentile.
A dimostrazione di quanto possano essere labili queste certezze basate su medie statistiche, l’Organizzazione mondiale della sanità ha pubblicato proprio in questi giorni un nuovo modello statistico per la compilazione delle curve di crescita. Un piccolo aggiustamento? NO, tutt’altro. Una piccola rivoluzione che, se ben pubblicizzata, potrebbe rasserenare i sonni di una foltissima schiera di madri e padri di bimbi non proprio corpulenti.
Ci sono voluti quindici anni per arrivare a questo nuovo modello antropometrico e uno studio su un campione di più di ottomila bimbi.
Dove sta la rivoluzione? Primo: tutti i bimbi considerati per la formulazione del modello sono stati allattati al seno. L’allattamento materno, quindi, diventa il nuovo standard di riferimento delle curve di crescita, finora, invece, modellate sull’alimentazione artificiale o mista.
E questo già non è poco. Secondo: i bambini non sono più tutti nordamericani figli del benessere industriale, di madri pompate a proteine di manzo e coca cola. Il campione considera bimbi di tutte le etnie e di diversi paesi e aree geografiche.
Risultato? Una scoperta davvero interessante: gli standard di crescita, ossia i livelli di peso e altezza da considerarsi "normali" per bambini da 0 a due anni e oltre, sono decisamente inferiori rispetto a quelli utilizzati finora.
Il che significa che chi si affannava a rimpinzare il proprio pupo per fargli raggiungere quota 90° centile può rilassarsi e forse, addirittura, considerare una piccola dieta. Insomma, il "bimbo ideale" non è né grasso né enorme e, soprattutto, è cresciuto con il latte di mamma quando e quanto voleva. Adesso spiegamolo anche al nostro pediatra :)


Molte delle mamme che conosco e, in un certo modo, anch’io, siamo ormai arrivate alla fase dello "slattamento". Per la verità, io ho deciso di continuare ancora per un po’ e non ho ancora definito questa quantità. Per molte delle amiche con cui ho condiviso la scelta dell’allattamento prolungato, però, il momento dell’allontanamento dal seno è arrivato per forza, a causa degli impegni di lavoro, per esempio. Si è quindi aperto il dibattito: farlo tutto su un colpo oppure gradualmente? La teoria dominante è quello che una volta presa la decisione (che si rivela comunque dolorosa per la madre) si debba smettere del tutto.
Questo comporta la mobilitazione di altre persone, il padre, innanzitutto, che devono cercare di distrarre il lattante da quello che, fino al giorno prima, era il suo passatempo più amato, il rifugio più morbido, il sapore più conosciuto (sigh, mi viene quasi da piangere…).
Di giorno le cose filano in genere piuttosto bene, anche perché parliamo di bambini che hanno circa un anno e mezzo, ma di notte la questione si fa spinosa. Pare ci vogliano alcuni giorni di lunghi pianti disperati e dolorosi rifiuti da parte della madre prima di far dimenticare al bambino il ricorso al seno. Per non parlare poi dei fastidi in cui incorre la mamma che smette di punto in bianco di allattare: seno ingorgato, dolori, spremiture fastidiose, fasciature e la sensazione del distacco, piuttosto faticosa da accettare.
Mentre osservo quello che succede alle mie amiche mi viene il dubbio che forse si potrebbe anche affrontare la cosa in modo più graduale, avendone il tempo e la possibilità. Il mio obiettivo attuale, per esempio, è quello di riattivare il mio ciclo mestruale ormai congelato da due anni esatti, magari in prospettiva di un’altra gravidanza ( :) ebbene si, ne vorrei un altro!)
Allora sto cercando di distanziare le poppate di almeno sei ore durante il giorno, cosa che, con l’aiuto del papà e delle belle giornate, sembra piuttosto fattibile. Di notte, per ora, sei ore sono ancora fantascienza, ma chissà…
Mi farebbe piacere sapere se qualcuna ci è riuscita, intendo, se l’approccio graduale allo svezzamento totale può dare risultati e se sì come e in quanto tempo.


Torno sul tema dell’alimentazione dopo aver visto un altro episodio delle avventure dello chef inglese Jamie Oliver, questa volta in vacanza in Italia. Il blasonato e agguerrito Jamie approda in Puglia, Altamura. A parte mettersi in competizione con lo zoccolo più duro in assoluto della cucina italiana… ossia la mamma pugliese… Jamie fa subito una visita a una scuola locale e rimane basito!
In mensa si mangia pasta al forno, insalata e verdure di stagione e, incredibile, i bambini delle elementari sanno riconoscere un carciofo e un finocchio!!
Per lui si tratta di una sorta di visita in paradiso, visto che i bimbi anglosassoni della stessa età a malapena sanno che cos’è un pomodoro e molti non hanno idea di che sapore abbia.
Chissà se la Moratti ha mai messo piede in una mensa inglese o nord-americana prima di pensare di "anglizzare" le nostre scuole. Vabbè… fantasmi del passato che spero di poter dimenticare presto.
Detto ciò, il giorno dopo leggo un altro articolo  che si collega al programma di Oliver e che mi fa essere ancora abbastanza contenta di vivere in un paese del Mediterraneo.
Le bibite in lattina contengono schifezze. Non è una novità? E se diciamo che tra quelle schifezze c’è anche il velenoso benzene? A dirlo non è un talebano-vegano in vena di antiamericanismi, ma l’Università di Yale. Mica male.
La mia riflessione successiva è questa. Le mamme mediterranee sono in genere quelle più fissate con l’alimentazione (soprattutto in termini di quantità ma penso che molte abbiano anche "fisse" di tipo più qualitativo). Eppure, sempre più spesso si vedono bimbi anche piuttosto piccoli con in mano lattine e patatine fritte… Mi chiedo quale mamma aggiungerebbe volentieri alla dieta di un figlio qualche goccia di benzene, tanto per aumentare un po’ la sapidità di un piatto. Mi chiedo se non sarebbe forse il caso di proporre che a questo tipo di bevanda venisse associato qualche messaggio tipo quelli che dovrebbero far paura ai fumatori…"nuoce gravemente alla salute", "danneggia gravemente il fisico di bambini piccoli" e via di questo passo. Con i fumatori non ha funzionato granché, ha fatto di più l’aumento del prezzo delle sigarette, ma chissà, magari alle mamme farebbe un certo effetto…


LavoriAbbiamo deciso di rinnovare un po’ la nostra casa. E questo significa…. demolizioni!
Per evitare di rovinarci i polmoni con polveri e quant’altra schifezza uscisse dalle pareti, papà si è sacrificato e  mamma e bimba sono state spedite in una sorta di esilio dorato (ma non connesso) per un po’ di giorni. Ora siamo tornate, ci siamo collegate e siamo pronte per ricominciare :)