Mercoledì pomeriggio c’è stato l’ultimo incontro di quest’anno del gruppo di sostegno al puerperio che frequento all’ospedale sant’Eugenio di Roma.
C’erano un sacco di mamme "nuove", con i loro piccolissimi cuccioli, e alcune mamme "vecchie", quelle con i bimbi su per giù coetanei di mia figlia. Come si fa di solito in questi casi abbiamo cercato di tirare qualche somma. Io non sono brava a tirare somme, proprio non ho imparato a farlo. E poi ero distratta dai piccoletti di qualche giorno che mi fanno sempre uno strano effetto.
Così ci provo qui a fare un mini bilancio. A me quest’anno di chiacchere, tette al vento e pannolini condivisi è piaciuto ed è servito molto. Per una quantità di motivi che difficilmente saprei elencare, ma so che è stato utile perché lo rifarei e penso che lo rifarò da settembre e magari con il prossimo figlio.
Siccome, però, sono anche un tipetto polemico e difficilmente accontentabile mi sono fatta qualche riflessione al negativo, più con me stessa che in gruppo e più a posteriori che durante l’incontro.
In negativo ho visto quanto è difficile scalfire certi macigni di pregiudizi e falsi miti. Sul parto, sull’allattamento, sul sonno, sul modo di affrontare la maternità; ci sono due o tre cose che pur sapendo benissimo – per averlo sentito, letto e riletto – che sono false, che sono dannose, che sono sottoprodotti di una pseudociviltà industriale, per quanto sappiamo tutto questo, tornano sempre.
Tornano nelle nuove madri quando arrivano nel "club", per alcune di più, per altre meno, tornano con le stesse parole, le stesse espressioni, le stesse risposte e le stesse reazioni da parte dell’intorno.
Allora forse il sostegno al puerperio dovrebbe diventare qualcosa di più mirato e deciso. NOn dico sempre, non dico ad ogni costo, ma qualche volta dovremmo sforzarci di incontrarci non soltanto per condividere piccole preoccupazioni o per il piacere di fare due chiacchere, ma anche per tentare di porre dei punti fermi per noi stesse e per quelle che mano a mano arrivano.
Lo so che non è affatto facile, eppure se c’è qualcosa da cui ho tratto conforto e sicurezza quando più ne ho avuto bisogno è stato proprio l’aiuto di qualche mamma che "ci era già passata" e che, ovviamente, avesse un approccio che io condividevo.
Ne è la prova il fatto che con un paio di queste mamme si è instaurato un rapporto che si orienta con buone prospettive verso l’amicizia.
E se devo spingere ancora oltre il mio pensiero, cosa che al contrario delle somme mi riesce benissimo, mi piace immaginare che questo tipo di conforto, sostegno e aiuto reciproco non rimanga più solo un privilegio dei membri dei vari "club" sparsi in giro per il paese. Sarebbe bello che il sostegno al puerperio diventasse una sorta di istituzione multidisciplinare, che interessasse le nuove generazioni di medici, i ginecologi per esempio, i pediatri, le ostetriche, gli psicologi, gli educatori. Mi piacerebbe che un giorno l’idea che il "puerperio" – o comunque il primo impatto con il ruolo di madre e di padre – vada sostenuto e aiutato entrasse nella mentalità comune. Vorrei che ci fosse un posto dove una mamma con un bimbo di pochi giorni potesse andare sapendo di trovare sempre, come in un ambulatorio medico, una persona a cui mostrare come il suo bambino si attacca al seno, per aiutarla a correggere eventuali errori o semplicemente per rassicurarla che tutto va bene o per identificare in tempo i segnali di una incipiente depressione, di un malessere, di un disagio che spesso è solo un naturale e profondo bisogno di un conforto partecipe e comprensivo.
Con questa immagine un po’ utopistica e un po’ no me ne vado in vacanza pure io. Solo una settimana. Poi torniamo, sicuramente con un carico da novanta di saggezza balneare pugliese che non mancherò di bloggare
Qualche settimana fa la trasmissione di rai 3 Report ha chiuso il programma con un servizio che mi ha lasciato un po’ perplessa, come se qualcosa continuasse a infastidirmi e bisognasse fare chiarezza. Il servizio era quello dedicato alla Bamco, la banca per la donazione autologa del sangue cordonale, istituita a Mantova, unica in Italia nel suo genere.
Report ne parlava come un esempio di buona sanità, un esempio da seguire e replicare e sollecitava un cambiamento della legge che riguarda la donazione, la raccolta e lo stoccaggio del sangue cordonale in Italia. Il ronzio che sentivo nella testa mi diceva che le cose non stanno proprio così, ma questa volta non ho voluto che fosse la mia opinione a prevalere allora sono andata a chiedere a qualcuno che di sicuro ha molto da dire a questo proposito, il professor Alberto Calugi, direttore del reparto di Ginecologia e Ostetricia dell’ospedale sant’Eugenio di Roma, ospedale tra i pionieri della raccolta del sangue cordonale nel nostro paese.
Ho chiesto al professor Calugi se la legge Sirchia sulla donazione del sangue cordonale sia davvero così retrograda e restrittiva e per quale motivo le madri in attesa dovrebbero (o non dovrebbero) preoccuparsi di mettere da parte il cordone ombelicale per il futuro del proprio bambino e non semplicemente donarlo per il futuro di un bimbo qualunque. Ecco la risposta:
"In Italia è possibile fare tutto quello che ha una ragione scientifica ed etica in fatto di donazione di sangue cordonale. Ogni donna sana può donare il sangue cordonale al momento del parto nelle strutture pubbliche autorizzate ad eseguire questa raccolta.
La donazione a scopo intrafamiliare è consentita solo nel caso in cui ci sia effettivamente un bambino malato a cui, per esempio, possono essere destinate le cellule staminali del sangue raccolto durante la nascita di un fratello o di una sorella. In tutti gli altri casi, non vi è alcuna ragione scientifica che giustifichi le spese di una donazione autologa.
Tanto per fornire un dato statistico, si può ricordare che esiste una probabilità su 70mila che un bambino nato sano possa un giorno avere necessità delle cellule del proprio sangue cordonale. Inoltre, non vi sono ancora sufficienti prove della possibilità che il sangue raccolto e stoccato oggi sia ancora utilizzabile tra quindici o vent’anni. Dal punto di vista delle garanzie di sicurezza e di utilizzabilità, è molto più efficiente la rete mondiale a cui sono collegati anche i centri italiani di raccolta del sangue cordonale. Si chiama Net-Cord ed è un database mondiale nel quale effettuare le ricerche delle unità di sangue cordonale compatibile con il paziente, in modo totalmente gratuito. In un massimo di 48 ore si possono ottenere le unità di sangue necessarie, da qualunque punto esse partano. In Italia esistono sedici banche associate al net-cord e sottoposte ad un paio di controlli annuali che ne verificano il livello qualitativo e la sicurezza. Bisogna, inoltre, ricordare che le staminali ottenute da cordone sono altamente utilizzabili, ossia hanno un alto grado di compatibilità, superiore a quelle, ad esempio, ottenute dal midollo osseo.
Ecco un’altra ragione per cui la donazione autologa è priva di fondamento scientifico ed è eticamente scorretta.
Va detto, infine, che quando si parla di cellule staminali si tende a generare una certa confusione tra quelle che sono le reali possibilità di utilizzo su cui attualmente si può fare affidamento e quelli che, invece, sono studi in corso, sui quali non si possono ancora fare programmi di alcun tipo. Per esempio, quando si dice che la donazione autologa potrebbe in futuro permettere, chessò, la ricostruzione di un organo danneggiato per esempio da un tumore, si sta parlando di una cosa diversa. Si tratta di studi che riguardano le cellule mesenchimali della placenta e non quelle ottenibili dal sangue cordonale. Si sta parlando di studi che con la donazione del sangue cordonale non hanno nulla a che fare. Questo dovrebbero saperlo le persone che spendono duemila, duemilacinquecento dollari per stoccare il sangue in banche private.
Ecco perché considero giustissima la legge italiana che impedisce che si lucri su queste false speranze e anche se si trattasse di un servizio gratuito per l’utente, continuerebbe ad essere eticamente sbagliato, sarebbe comunque uno spreco per la comunità. Meglio, piuttosto, ricordare che donare il sangue cordonale è sempre possibile, in ormai tantissime strutture ospedaliere, che non è una procedura dolorosa e che permette di aiutare vite umane ora, quando ne hanno bisogno".