Ecomamma

BottleholderQuando ho partorito, accanto alla culletta della mia bimba ce n’era una con un piccolo che la madre aveva partorito anonimamente e aveva lasciato a una potenziale famiglia adottiva. Intanto, il bimbo stava nella sua culletta e non aveva nessuno da cui essere portato quando arrivava il momento della poppata (non c’era il rooming-in). Siccome in quei giorni il nido era strapieno (almeno questa era la giustificazione ufficiale) spesso e volentieri il piccolo veniva alimentato da… un lenzuolo. Si, un lenzuolino arrotolato che faceva da supporto a un biberon. E’ una delle immagini più tristi che abbia mai visto.
Eppure, sembra che non avere tempo o voglia per prendere un bambino in braccio almeno nel momento in cui gli si da del cibo (anche se si tratta del già tristarello biberon) sia un abito piuttosto diffuso, tanto che qualcuno ha pensato di produrre e commercializzare questo: Bottle Mommi
Il motto della ditta che lo produce è: dare alle mamme impegnate la mano che si meritano!!!
A parte che si tatta di un aggeggio di una tristezza esagerata e di una crudeltà profonda, credo che qualcuno dovrebbe intervenire e farlo ritirare dal commercio perché si tratta oltretutto di uno strumento piuttosto pericoloso.
E poi, dato per scontato che ogni mamma si merita prima o poi una mano, che cosa hanno fatto di così orribile dei nenonati per non meritare non soltanto il seno materno, ma almeno un abbraccio rassicurante nell’atto di mangiare?
Fortunatamente credo che questo strumento sia commercializzato soltanto negli Stati Uniti, lo spero almeno. Ciò non toglie che la pratica di arrotolare un lenzuolino o un bavaglino e appoggiarvi sopra il biberon per non dover prendere in braccio il bimbo mentre mangia sia un’usanza che non ha confini e che non può essere semplicemente eliminata.
Se lo fanno al nido…


Ritorno adesso da un’altra trasferta pugliese, questa volta più lunga. Il primo argomento che mi viene in mente di annotare in questo blog riguarda gli effetti dell’iperprotettività/ansietà sul carattere di un bambino. La riflessione nasce, ovviamente, dall’osservazione sul campo. La mia nanetta si trova, infatti, ad avere una "cugina" (non so determinare il grado di parentela, così uso le virgolette ;) ) di poco più di tre anni che vive sotto la costante e devo dire intollerabilmente pressante vigilanza di madre/nonna/zia in formazione intercambiabile e sempre altamente ansiogena. La bimbetta non può: correre, saltare, sporcarsi, giocare sulla sabbia, appoggiarsi ai muri, toccare un numero infinito di oggetti, per non parlare di animali e affini e un mare di altre cose. Deve: stare sempre attenta (avvertenza generica che le viene ripetuta a ritmo di trenta volte al minuto).
D’altro canto, mia figlia adora: correre, saltare (sta facendo i primi esperimenti che le sono valsi il primo ginocchio sbucciato della sua vita), stendersi a terra a pancia in giù e strisciare sul pavimento, sporcarsi, giocare con il cane dei nonni e farsi leccare, impanarsi di sabbia… ecc. Tutte cose che ritenevo piuttosto normali e comuni nei bambini, fino a quando non ho visto le due "cugine" giocare assieme.
La maggiore, afflitta dalle tre erinni in iperventilazione da tanto gridare "attenta!!", ha preso l’abitudine di vendicarsi facendo movimenti improvvisi e pericolosissimi per chi le sta attorno ed  emettendo strilla iperacute che facevano impazzire perfino la cagnetta dei nonni mentre la nanetta più piccola, perplessa, si guardava attorno cercando di capire come interagire con il folletto urlante e se i diecimila divieti promulgati per la parente più grande fossero in qualche modo rivolti anche a lei.
Insomma, un fallimento. Giocare assieme per le due bimbe era impossibile, pur essendo entrambe attratte una dall’altra. Inutile dire che il rapporto di comunicazione tra le due rispettive madri (di cui una sono io :p ) era pari se non inferiore a quello tra le bimbe.
Una sera, mentre mia figlia dormiva pacifica nel lettone, sotto la finestra spalancata (da cui entrava un pallido refolo di scirocco caldo), allietata da un filo di ventilatore alla luce di un abat-jour, mi sono sentita rivolgere almeno otto volte la seguente domanda (lascio intuire il tono): "ma tua figlia riesce a dormire con la finestra aperta e la luce accesaaaaa?" Lascio intuire i sottointesi…
Il prossimo post, ora che ci penso, sarà dedicato alle correnti d’aria.