Ecomamma

Parto007_1Torno sull’argomento del parto perché navigando in giro ho trovato questa galleria di foto che mi ha quasi commosso.
Sarà che ultimamente il mio desiderio di avere un secondo figlio è sempre più forte, sarà che incontro tante mamme che mi raccontano le loro esperienze di parto…
Queste foto, comunque, mi sembrano la perfetta raffigurazione di quanto partorire possa essere un’esperienza di profondo godimento. Sia chiaro, non sto dicendo in nessun modo che dare alla luce un bambino sia una passeggiata, che sia facile, che non sia doloroso o che non faccia paura. Non sto negando in nessun momento che mille volte durante il travaglio una donna desidera che finisca subito, o si chieda perché tanta sofferenza, o pensi di non farcela ad arrivare fino in fondo.
Ma da queste immagini si vede anche quanto quel momento possa rappresentare un’esperienza importante, profonda, quanto quella sofferenza possa rendere "bella" una donna. E’ da questa idea che nasce la raccolta di foto che trovate su questo sito brasiliano. A scattarle è stato un medico che si occupa proprio di parto naturale e che ha fondato una "casa del parto" in cui poter vivere il momento della nascita in un ambiente "domestico" senza rinunciare alla sicurezza di una struttura sanitaria.
Io mi sono emozionata. Date un occhio…


Dopo la pausa estiva ci siamo ritrovate per il primo incontro dell’anno dedicato alle puerpere e alle mamme dell’ospedale Sant’Eugenio di Roma. Ho avuto l’impressione di vedere un film già visto, ma con attori diversi.
Stessi problemi, stesse ansie, o addirittura peggiori, ancora racconti di parti terrificanti, di approcci con il bambino difficoltosi, di avviamenti di allattamento disastrosi…
Vista la presenza di tante mamme di pochissimi giorni, il parto è stato ovviamente uno degli argomenti principe. Tanti cesarei, alcuni decisamente traumatizzanti, tante epidurali dagli effetti non proprio commisurati alle aspettative, pochissimi parti vaginali non pilotati, non medicalizzati, non farmacologizzati. "Cade quindi a fagiuolo" per dirla in modo aulico, quest’intervista a Ina May Gaskin, un personaggio a dir poco fuori dal coro, i cui libri e le cui parole possono essere un importante stimolo per le donne di oggi a riappropiarsi della fiducia nel proprio corpo, nelle proprie possibilità, e del diritto a vivere la gravidanza e il parto nel modo più naturale e gioioso possibile.
Ho tradotto l’intervista dall’inglese e tralasciato alcune parti più specificamente riguardanti il sistema sanitario degli Stati Uniti.

Gaskin78_nollChi è Ina May Gaskin
Il 12 ottobre 1970 un gruppo di hippies lasciò San Francisco con l’intenzione
di comprare un terreno e costruirci una comune. Viaggiarono assieme attraverso
gli Stati Uniti e si stabilirono a Summertown, TN.  Durante il viaggio, queste famiglie iniziarono
ad avere figli; le donne li davano alla luce aiutandosi a vicenda. Una di loro,
in particolare, era profondamente interessata alla nascita e alle storie ad
essa collegate, fin da quando era bambina. Ina May Gaskin,  autrice di Spiritual Midwifery (il libro che
diede inizio al movimento delle levatrici negli Stati Uniti), è stata definita
la “più grande ostetrica del mondo”. E’ l’unica levatrice a cui sia stato dato
il nome di una manovra, la manovra Gaskin appunto, che aiuta i medici a risolvere
una complicanza del parto chiamata "distocia di spalla."  Il secondo libro di Ina May’: Ina May’s Guide
To Childbirth (Bantam, 2003) è la maggior fonte di informazione e il più
importante libro mai scritto riguardo alla nascita.


Intervista dell’agosto 2006 realizzata
da T Stacy Fine:

Come
definisce il lavoro della levatrice?


IMG: Un’ostetrica fornisce assistenza ed educazione prenatali, aiuta le donne
al momento del parto e si occupa di entrambi, madre e figlio, durante il
periodo postpartum. Negli ospedali a volte alcunie di queste mansioni sono
svolte dalle infermiere o dai pediatri.
Come è diventata levatrice?
IMG: Il mio primo parto è avvenuto nel 1966,  ed ero molto sorpresa di scoprire, come madre
del primo figlio, che il mio ginecologo non aveva alcuna voglia di permettere
al mio bambino di venire al mondo senza l’intervento medico. Questo perché
aveva intenzione di utilizzare il focipe (sia che fosse davvero necessario
oppure no), perché a quell’epoca la maggior parte degli ostetrici degli Stati
Uniti ritenevano che fosse più sicuro per la madre e per il bambino piuttosto
che lasciare che il processo del parto avvenisse in modo naturale. Questa
convinzione fu ovviamente rivista alcuni anni dopo, ma io non avevo scelta nel
caso di quel parto specifico. Siccome ero lauerata in letteratura inglese ero
al corrente che molte donne e bambini avevano subito danni a causa dell’uso del
forcipe. Inoltre, ero sicura del fatto che il corpo delle donne potesse
funzionare molto meglio di quanto fosse stato insegnato al mio ginecologo.
Tutta quell’esperienza veramente mi aprì gli occhi riguardo a quanto poco
pesassero nelle procedure e nelle idee dell’ostetricia i reali dati
scientifici. Più o meno a quell’epoca avevo sentito alcune donne raccontare le
loro storie di parto in casa. Invariabilmente si trattava di storie
illuminanti. Ero affascinata da queste donen che aevano trovato i modi per dare
alla luce i loro figli a casa – la maggior parte di loro avevano insistito per
avere accanto un’amica, guarda caso una levatrice, durante il travaglio. Dopo
aver sentito un paio di queste storie sapevo che avrei voluto partorire in casa
anch’io e che se avessi trovato il modo, sarei diventata io stessa una
levatrice. Non passò molto tempo che ebbi l’occasione di partecipare al primo
parto. La donna rifiutò di andare in ospedale e volle che restassi accanto a
lei. Il marito era preparato per prendere il bambino. Fui abbastanza fortunata
da incontrare quello che mi sembrò un travaglio breve e relativamente facile che
terminò nella nascita di un bambino perfettamente sano. Non ebbi tempo per
preoccuparmi durante il travaglio perché avvenne tutto velocemente. C’erano
parecchie altre donne che erano a conoscenza di quel parto, e quando terminò,
sembravano pronte a considerarmi una levatrice. Così, una dopo l’altra, quelle
donne diedero alla luce i loro figli, e dopo la nascita del terzo mi venne
offerto un seminario sul parto d’emergenza da un ostetrico generoso. Quel
seminario mi preparò alla nascita del quarto bimbo, che ebbe bisogno della
rianimazione alla nascita e ad aiutare la madre, a cui fu necessario bloccare
un’emorragia..

Come
arrivò alla formulazione della manovra Gaskin?
IMG: Circa sei anni
dopo che avevo iniziato ad assistere ai parti in casa, ebbi l’occasione di
andare in Guatemala per fare del lavoro di sviluppo in seguito a un tremendo
terremoto. Mentre ero là, incontrai una levatrice che era supervisore delle
levatrici indigene di quell’area. Queste levatrici indigene erano troppo povere
per avere accesso alla scuola, perciò erano analfabete. Tuttavia, la levatrice
distrettuale, che aveva imparato il mestiere in Belize, secondo le direttive del
modello britannico, mi disse che le levatrici indigene avevano una tecnica
migliore di quella che le avevano insegnato quando si trattava di affrontare
una delle più temute complicanze, quando la spalla del bambino rimane
incastrata dopo l’uscita della testa. Mi disse che invece che girare e cercare
di ruotare il bambino, loro semplicemente chiedevano alla madre di girarsi
dalla posizione di schiena e mettersi a quattro zampe con la schiena inarcata. Questo
cambiamento di posizione generalmente risolve il problema delle spalle
incastrate e la madre è in grado di spingere il bambino e farlo uscire senza
altri interventi. Solo occasionalmente, si rendono necessarie altre manovre.
Hop sentito diversi ostetrici dire che il cambio di posizione era la sola
tecnica che liberava un bambino incastrato male.

Quali
sono le sfide attuali delle levatrici?


IMG: Attualmente, negli Stati Uniti, le levatrici seguono solo il 10 percento
delle nascite. Circa l’uno percento di queste avviene in casa. Quando si parla di percentuali così basse di parti assistiti
dalle levatrici e fuori dagli ospedali, si pone automaticamente il grande
problema della paura e dell’ignoranza riguardo al permettere che il travaglio e
il parto procedano senza interferenze. La maggior parte delle infermiere e dei
medici non hanno mai occasione di assistere a un parto indisturbato durante il
loro tirocinio. Questo rende improbabile che permettano che avvenga, anche se
nei loro ospitali permettessero alcune deviazioni rispetto al normale modo di
procedere. Si aggiunga a questo il profitto dell’industria medica, con poca o
nessuna responsabilità all’interno del sistema, e una situazione in cui le
compagnie di assicurazioni e le catene ospedaliere hanno maggiore influenza
nella creazione delle politiche mediche in certe aree di quanta ne abbiano gli
stessi medici (e sicuramente non le levatrici), ed ecco la ricetta da cui si ottengono troppi parti medicalizzati e
livelli di mortalità e morbilità di madri e bambini che stanno peggiorando
invece di migliorare. Sia a livello nazionale sia internazionale, la più grande
sfida riguarda il fatto che le donne di questa generazione (per la maggior
parte) non nutrono più una sana paura nei confronti della chirurgia non
necessaria. Questo apre la porta a un costante aumento dei parti cesarei, che
sempre di più viene eseguito per motivi non di natura medica, anche se dati
attendibili mostrano che questo trend potrebbe triplicare o quadruplicare le
morti delle madri. Mentre i cesarei aumentano sempre di più, le conoscenze ostetriche
che un tempo erano considerate essenziali non possono più essere trasmesse alla
futura generazione di medici, e con la perdita di queste conoscenze certi tipi
di nascite che un tempo potevano essere fatte per via vaginale, devono essere
cesarei a causa della mancanza di preparazione ostetrica.

[…]

Ci
può raccontare del suo lavoro con la comunità Amish?

IMG: il nostro centro di ostetrica si trova a poca distanza da una grande
comunità Amish Old Order, che raccoglie circa 1500 persone. Le donne di questa
comunità continuano a pianificare i loro parti in casa. Quando siamo arrivati
in Tennessee, queste donne erano assistite da un medico di famiglia (ora
deceduto), che di tanto in tanto chiedeva una mano anche al nostro gruppo di
levatrici. Alcune donne di quella comunità partoriscono con l’assistenza delle
nostre ostetriche, mentre altre sono assistite da levatrici che si sono formate
all’interno del loro stesso gruppo (e che hanno ricevuto insegnamenti
addizionali e consigli tecnici dalle nostre levatrici per aumentare i loro
standard di sicurezza). Alle donne di quella comunità non è permesso praticare
alcun tipo di controllo delle nascite, perciò è comune per una donna arrivare
ad avere 12-14 figli. Fortunatamente i cesarei sono raramente necessari per
questo gruppo di donne, proprio perché esse stesse danno un’alta priorità alla
loro capacità di partorire a casa. (Gli Amish non hanno alcuna assicurazione
sanitaria) 

Perché
il travaglio è importante
?
IMG: Il travaglio è importante perché durante il travaglio sia il corpo della
madre sia quello del bambino vengono preparati alla nascita. I livelli di certi
ormoni salgono e scendono durante il travaglio. Per esempio, l’ossitocina della
madre sale vistosamente un attimo prima che il corpo del bambino venga espulso
dal suo corpo. Questo la protegge dalle emorragie postpartum. Alti livelli di ossitocina nella madre (che sono
accompagnati da alti livelli anche nel bambino) prepara il sistema nervoso di
entrambi ad accordarsi reciprocamente. Questo crea un periodo di speciale
“sensitività” durante il quale questi particolari ormoni restano ad alti
livelli in un parto indisturbato e questo momento trascorre al meglio se madre
e figlio rimangono in contatto “pelle a pelle” mentre il piccolo inizia ad
annusare e cercare il seno materno o semplicemente i due si osservono e si
adorano reciprocamente. L’euforia che segue a un travaglio non medicalizzato è
un momento davvero speciale per chiunque abbia il privilegio di assistervi. E
ancor meglio è per chi lo vive direttamente. Quando la madre vive il travaglio,
ha anche livelli elevati di beta endorfina. Quest’ormone stimola il rilascio di
un altro ormone, la prolattina, che prepara il corpo alla produzione del latte
e contemporaneamente prepara i polmoni del bambino per una respirazione più
efficiente. Ancora, il travaglio dà una bella strizzata alla schiena del
bambino, cosa che aiuta ad asciugare i suoi polmoni e a renderli pronti a
respirare l’aria del mondo esterno. I bambini nati col cesareo hanno
generalmente polmoni più bagnati, cosa che può comportare la necessità di una
maggior assistenza per la respirazione.

Se
una donna ha un parto cesareo programmato può fare in modo di fare un certo
travaglio? E’ una cosa sana?

IMG: Potrebbe
risultare sano in alcune situazioni. Veramente troppi cesarei vengono
programmati per ragioni che non hanno nulla a che fare con la salute della
madre o del bambino. Ma poniamo il caso che un cesareo venga programmato a
causa di una placenta totalmente previa. In questo caso il travaglio sarebbe
pericoloso sia per la madre che per il bambino. Se, invece, il cesareo fosse
programmato perché il bambino If, on the other hand, the cesarean was scheduled
because the baby was podalico, sarebbe bene per madre e figlio sperimentare un
po’ di travaglio. Per il bambino, la differenza sta nel fatto che il travaglio
aiuterebbe I suoi polmoni a respirare meglio e alla madre servirebbe ad
innalzare I livelli di beta endorfine e a diminuire I dolori postoperatori. Perciò,
la risposta breve è: dipende dai motivi per cui si è programmato il cesareo.

Quali
sono le recenti statistiche riguardanti il parto in America? Che percentuali di
parti cesarei? CI saranno mai cambiamenti
?
Attualmente negli Stati Uniti sono in
crescita tanto la mortalità delle madri quanto quella infantile. I livelli di
morte materna non sono migliorati, secondo il Centro per il controllo delle
malattie, dal 1982.  E’ un lungo periodo
senza progressi, a dispetto di tutte le innovazioni tecnologiche che sono state
introdotte da allora. Parte del problema in questo settore è che gli Stati
Uniti non hanno mai creato un sistema di riferimento adeguato dei dati per
scoprire quali errori potremmo aver fatto, così da analizzarli e proporre
politiche che riducano la probabilità di ripeterli. Il Regno Unito ha un
sistema di questo tipo fin dal 1952, che probabilmente è il motivo per cui il
loro dato sulla mortalità materna è significativamente inferiore del nostro.
Non sono a conoscenza di un altro paese Europeo in cui la classificazione delle
morti materne sia fatta secondo un sistema pianificato, ma si tratta di
qualcosa che da noi viene fatto in ogni singolo stato. Non c’è una revisione ed
è meno probabile che venga fatta un’autopsia rispetto ai paesi Europei. L’organizzazione
mondiale per la sanità ha riportato nel 2003 che altre 30 nazione avevano
indici di mortalità materna inferiori rispetto agli Stati Uniti. E’ un dato
anche più negativo se si considera che la maggior parte di questi paesi hanno
sistemi di assistenza sanitaria in cui la responsabilità è interna. Significa
che c’è una probabilità molto maggiore che le morti materne vengano contate
rispetto a quanto accade negli Stati uniti. In cui gli epidemiologi dei Centri
per il controllo delle malattie hanno riferito che le morti materne sono “per
la maggior parte non documentate”. L’indice di cesarei negli Us era stato
ultimamente fissato al 29.1% che rappresentava un aumento piuttosto stretto
rispetto all’anno precedente. L’organizzazione mondiale della sanità stabiliva
intorno al 10-15% l’indice ideale di cesarei, perché quando questo dato supera
di molto il limite superiore comincia a rappresentare un pericolo e non più un
fattore di sicurezza per le madri e per i bambini.

[…]

Quali sono le tre cose che dice alle sue clienti
incinte?

IMG:
1-Ricordate che siete fatte bene almeno quanto qualsiasi scimmia.
2-Non dimenticate di portare al travaglio il vostro senso dell’umorismo.
3-Sorridere mentre la testa del vostro bambino sta uscendo aiuta a rilassare il
perineo e rende più improbabile che vi mettiate a piangere.

[…]


Tra le cose che non voglio dimenticare e che sono quasi sicura che mi scorderò se non le scrivo, ci sono alcune paroline che fanno parte del primissimo bagaglio verbale della bimbetta.
Sfrutto il blog a fini strettissimamente personali, d’altra parte se no non sarebbe un blog.
Credo, inoltre, che questo post sia destinato ad allungarsi mano a mano che me ne vengono in mente altre. Penso sia importante ricordarsele perché sono tenere e carine e stanno scomparendo mano a mano che la pupetta si impadronisce del vocabolario dei grandi con sempre maggiore precisione… pure troppa, a volte. Sempre a futura memoria, alcune delle parole che non voglio dimenticare sono, in realtà, la sintesi di una ripetizione a funzione rafforzativa.
Inizio da me:
io sono mammamimi;
tate? = domanda che intorno agli otto/nove mesi era accompagnata dal gesto del ditino e significava cos’è? come si chiama? Ultimamente lo usa ancora per vezzo, quando ha voglia di fare un po’ la civettuola, mentre quando è seria dice "e peto che cos’è?" che pure è molto carino.
to-toj = esempio di parola rafforzativa. Significa togli-togli e generalmente riguarda capi di abbigliamento oppure gli occhiali di papà.
memetti= metti metti…vedi sopra.
fucucina = formichina e ogni tipo di insetto che cammina.
panti, peto, pi, pa…= tutte parole che iniziano per qu…
yotti = yogurt
butaccio= formaggio, ma solo il grana, gli altri non contano e quindi non si dicono.
watio = water
acoya = ancora
pieiu/pieie = versione infantile del piede
oi vere= voglio vedere, mai fidarsi troppo di quello che dicono i grandi
ciaco enome = pozzanghera, libera interpretazione dello spagnolo charco enorme.
buaba = guagua = autobus in versione latino-americana.
queico! = que rico! = adesione entusiastica a una proposta alimentare. Viene usato lo spagnolo per rafforzare il più normale "peto piace".
Se mi vengono in mente altre cose, le aggiungo poi. 

appendice no 1:

tananna= come ho fatto a scordarlo? è la crasi di tetta + nanna. Un piccolo espediente per convincermi a farla ciucciare è invocare il connubio della sisa con il sonnellino. E’ quasi sempre falso ma dal suo punto di vista funziona.ù

appendice no2:
apa-apa= acqua
teleto = telefono
catcio = casco (di papà), di solito la frase è: papà metti catcio in teta.
cucuyayo = cucchiaio
chena = crema. Essendo una bimba soggetta a dermatiti, la crema è una costante da diversi mesi. Per lei è diventata una passione. Svuota tubetti di carissime creme alla calendula come se fosse maionese. La spalma a se stessa, a noi, al gatto, a qualsiasi cosa le sembri degna di attenzione.
catcé = caffè.


TinkywinkyLi amo e li detesto. Ne conosco tantissimi a memoria e, lo ammetto, spesso ne faccio un uso "terapeutico". Sono i Teletubbies, i quattro mostriciattoli inventati dalla Bbc per un pubblico di un’età tra gli otto mesi e boh… finché si stufano.
Premessa: mia figlia non è teledipendente, anzi, la tv praticamente neppure ce l’abbiamo. I Tubbies li guardiamo sullo schermo del computer a dosi moderate.
La mia nanetta li ha amati fin dal primo momento. E non c’è dubbio che abbiano delle caratteristiche molto interessanti anche dal punto di vista psico-pedagogico. Per esempio, i bambini li apprezzano a fasi successive. Quando era più piccola, la nanetta adorava il sole con la faccia del bimbo e la sua attenzione era catturata solo da quello.
Adesso, invece, ama molto di più le parti in cui ci sono i bambini veri a raccontare qualcosa, mentre è molto più indifferente ai pupazzetti in quanto tali, a meno che non compiano qualche azione che lei considera esilarante. Si scompiscia dalle risate quando scendono dallo scivolo, quando ballano o quando appaiono all’improvviso da dietro alle colline.
In fondo, sono fatti bene, si muovono come bimbi di uno/tre anni, sono basati sul concetto della ripetizione e della ritualità, cosa che ai bambini piccoli risulta molto utile e rassicurante, compiono azioni brevi e facilmente comprensibili, trasmettono sensazioni di serenità e quotidianità, a differenza dei cartoni animati vecchio stile.
So che i Teletubbies sono stati e sono oggetto di controversie allucinanti in giro per il mondo. In alcuni stati (Brasile) si è anche arrivati alla richiesta di bandirli completamente perché ritenuti fonte di confusione sessuale (credo per via della borsetta di Tinky Winky).
Le mie perplessità, però, sono altre. Non mi piace il mondo asettico e tecnologico in cui abitano, non mi piacciono le schifezze fluorescenti di cui si nutrono, detesto la cornetta del telefono parlante che impartisce ordini stile grande fratello e trovo immensamente triste che il cucciolo di casa sia un’aspirapolvere.
Inoltre, la maggior parte dei filmati girati con bambini veri è stata fatta (ovviamente) in Gran Bretagna. Quindi: altissimo tasso di ciucci e biberon, camerette in cui i neonati vengono messi a dormire da soli e altre cose che non riflettono esattamente quelli che io considero modelli educativi edificanti. Però, a lei piacciono tanto. E poi non è che le alternative siano poi tante.
Qualcosa ho trovato e lo consiglio vivamente a tutti: è il film di Barbapapà. E’ fichissimo. Da piccola io li adoravo, ma il film, quello integrale, è davvero bello, tutto farcito di cultura hippy anni settanta, allegro e pieno di messaggi positivi. E poi i Barbapapà piacciono anche ai più piccoli e si innamorano e fanno bambini in modo molto meno asettico dei poveri Tubbies.
E poi c’è Kirikù, il piccolo africano con le sue avventure nel suo villaggio senegalese. Bellissimo, poetico e con una colonna sonora stupenda. Le piace, ma è ancora troppo complicato per seguirlo a lungo.
Quindi, per ora ricorro ancora ai quattro mostriciattoli quando ho bisogno di un quarto d’ora di tranquillità. Con amore e odio e un pizzico di gratitudine.


Ci sono un paio di notizie che meritano un futuro approfondimento. La prima riguarda i tempi di conservazione del latte materno. Fino ad ora si riteneva che il latte congelato nei freezer casalinghi potesse essere utilizzato a distanza di tre/sei mesi a seconda della temperatura di refrigerazione.
Ma uno studio di un’Università di Madrid (dipartimento di Producción Animal, Ciencia y Tecnología  Universidad CEU Cardenal Herrera) sembra portare alla necessità di accorciare di parecchio i tempi di conservazione se si vogliono mantenere intatte le proprietà del latte materno.
In particolare, sembra che queste caratteristiche si mantengano invariate  a lungo solo se il latte viene portato alla temperatura di 80 gradi sotto zero. Se si sta a temperature intorno ai -20° già dopo 24 ore le proprietà antiossidanti del latte cominciano a diminuire. Sia chiaro che il latte non diventa "cattivo" e non fa male, semplicemente non è più intatto e non mantiene tutte le sue preziosissime qualità.
Argomento che voglio approfondire con la mia guru speciale per l’allattamento .
Notizia numero due: gli ultrasuoni potrebbero risultare dannosi nello sviluppo neuronale del feto. Tradotto in altre parole, troppe ecografie potrebbero essere alla base di disturbi o deficit del sistema nervoso del nascituro. Già da tempo c’erano ricerche che dimostravano come l’ecografia costituisse una fonte di stress per il feto e che abusarne fosse un errore, ma ora un altro tipo di studio sembra andare ancora oltre. In pratica, pare che l’esposizione prolungata agli ultrasuoni produca delle variazioni o degli ostacoli alla corretta migrazione delle cellule neuronali nei siti a loro destinati.
Anche in questo caso, nessuno ha detto che fare le ecografie in gravidanza sia sbagliato, semplicemente si esorta a fare esclusivamente quelle necessarie dal punto di vista clinico e a non considerarle una "finestra" sull’utero a cui ricorrere per piacere dei genitori o per registrare le cassette da riguardare poi con i parenti. Insomma, in medio stat virtus.