Torno dopo una breve assenza dovuta alla "caduta" dell’adsl di casa. Ho letto i tanti commenti che si sono accumulati in questi giorni e, siccome non amo molto il botta e risposta (ognuno esprime il suo pensiero e non credo ci sia il bisogno di ribattere sempre), mi è venuta voglia di fare alcune riflessioni riassuntive.
Visto che il blog è il mio…
Riguardo ai commenti sul post sull’allattamento:
mi dispiace che ogni volta che si scrive su seno/biberon sembra che si mettano in campo due eserciti armati. Non è cosi. Finché non ce lo mettiamo in testa non cambierà questa situazione di deleterie pressioni psicologiche sia in un senso sia nell’altro.
Qui non si parla di buone madri o cattive madri. Si parla di alimentazione corretta o scorretta e di credenze incancrenite che tutti sanno essere false, ma che ci vuole tempo per sradicare. Su questo punto, in particolare, non è più giusto parlare di estremiste dell’allattamento o di posizioni intransigenti.
Che tutte le donne abbiano il latte (per esempio) è un’evidenza scientifica. Che ci voglia tempo perché quest’evidenza scientifica torni a far parte della cultura collettiva è un altro paio di maniche. Che il latte materno faccia bene ai neonati è un’altra verità incontrovertibile. Tutto il resto sono compromessi. Che a volte i compromessi possano essere utili, è un altro paio di maniche.
Ma smettiamo di considerarci fazioni contrapposte.
Seconda considerazione: c’è una tendenza nelle conversazioni contemporanee ad escludere dal vocabolario la parola "giudizio" come se nascondesse in sé il germe del maligno. Mi dispiace, ma io non sono disposta a rinunciare alla mia facoltà di giudicare. E intendo questo verbo nel suo significato più proprio, ossia al mio diritto di esercitare le facoltà intellettive per conoscere, capire e scegliere. Nella scelta, il giudizio è implicito. Ancora una volta, questo non vuol dire che ciò che viene escluso dalla scelta sia automaticamente considerato un nemico da distruggere, tanto più che le decisioni e le scelte sono, grazie al cielo, soggette a cambiamenti. Solo gli idioti non sanno cambiare. Ma credo sia altrettanto da idioti pretendere (=fingere) di non giudicare mai.
Ho appena fatto una scoperta: la Lotus Birth. Oddio, magari sono caduta dal pero e la conoscono tutti… ma per me è stata una sorpresa e ci sto ancora riflettendo un po’ su.
Per chi, come me, non sa assolutamente di cosa si tratta, la Lotus Birth è una pratica, messa a punto da una certa Clair Lotus Day, che porta all’estrema potenza l’idea del parto naturale.
Erano gli anni 70 quando la signora Lotus, pare dopo aver osservato il parto di alcune chimpanze, si chiese per quale motivo il cordone ombelicale venisse reciso non appena il bambino veniva espulso. La risposta fu: nessun motivo. E fin qui, nessuna novità. E’ cosa nota che la pratica di recidere il cordone troppo prematuramente non ha nessun fondamento medico se non la necessità di accelerare la "pratica" del parto o, eventualmente, di raccogliere il sangue cordonale.
Per il bambino, si tratta solo dell’ennesimo stress da nascita. Il cordone, infatti, continua a fornire sangue, e quindi ossigeno, ancora per qualche minuto dopo l’uscita del bambino dal canale del parto, il che consente al neonato di imparare a respirare con i polmoni mantenendo il "paracadute" della placenta che per nove mesi gli ha dato tutto quello di cui aveva bisogno. Insomma, un passaggio graduale dalla respirazione cordonale a quella polmonare è senz’altro più dolce di un brusco senso di soffocamento che costringe il piccoletto a spalancare la bocca e ingoiare fredda e bruciante aria a più non posso.
Ma la Lotus è andata un po’ oltre. Si è chiesta che cosa succede se il cordone non viene tagliato affatto, e ha voluto capire qual è il decorso veramente fisiologico del distacco dalla placenta. Risultato: ha partorito il suo marmocchio, ha espulso la placenta, dopo un po’ l’ha lavata accuratamente in acqua, l’ha avvolta in un panno, e la coppia placenta-bebé ha vissuto teneramente insieme per circa una settimana.
Ecco, in termini un po’ striminziti, la Lotus birth consiste più o meno in questo. Ma la Rete è piena di gruppi di discussione, libri e forum in cui se ne parla e si raccontano testimonianza di chi l’ha provata e la vorrebbe provare. A me, dico la verità, lascia un po’ perplessa. Faccio un po’ fatica a pensare a come gestire i primi giorni di vita di un lattante portandosi dietro una metrata di cordone e un organo in via di decomposizione. Non lo so… ma non credo che faccia per me.
Al di là di questo, però, l’interesse per la Lotus Birth si è diffuso anche in Italia e ha aperto un dibattito che va oltre alla specifica tecnica sollevando un aspetto interessante. Chi vuole partorire in questo modo senza rinunciare alla sicurezza dell’ospedale mette il personale sanitario in una situazione di forte imbarazzo. Si, perché la legge italiana tutela la proprietà dell’individuo sui propri organi, anche quelli asportati chirurgicamente, e definisce il diritto di ciascuno di deciderne la sorte. Per esempio, uno può benissimo portarsi a casa una provetta con il suo calcolo renale (de gustibus…) o le sue tonsille. Ergo… ogni donna dovrebbe poter decidere cosa fare della propria placenta e del cordone ad essa connesso. E questo sì che mi interessa. Perché credo sarebbe giusto che ogni donna sapesse che fine fa la placenta, se viene eliminata o se, invece, viene destinata ad altri usi (a me ha sempre dato un certo fastidio pensare che la mia placenta finisse sulla faccia rugosa di qualche signora sotto forma di crema) e magari dare o meno il proprio consenso, così come si fa per la donazione di altri organi. Mi piacerebbe provare a proporlo in qualche grande ospedale e vedere l’effetto che fa…
Eccomi tornata dalle "vacanze" natalizie. Ho un sacco di cose da raccontare, ma non ho il tempo di farlo, quindi devo essere molto selettiva.
Una cosa che però mi sembra di dover annotare è la quantità di conferme continue che mi arrivano per quanto riguarda le questioni che più mi interessano, in particolare, l’allattamento. Durante gli ultimi giorni mi è capitato di incrociare una serie di situazioni "standard" che mi hanno un po’ intristita.
1. nuovo nato. Arriva il bimbo di una parente di mio fratello. Parto tutto bene, bimbo forte e sano, allattamento in ospedale funziona, ma arrivati a casa… dorme troppo, è pigro, non mangia abbastanza.. sta troppo tempo attaccato al seno ecc… Guardandomi bene dall’intervenire ho archiviato il caso sotto la serie: candidato ideale all’allattamento misto nel secondo mese di vita e all’artificiale nel terzo.
2. Bambina, due mesi e mezzo, grassoccia ai limiti del ciccione esagerato, figlia di amici di famiglia. Piangiucchia, si morde le mani. La mamma corre a preparare… la camomilla! Le chiedo come mai non le dà da mangiare, visti i chiari segni di fame e la risposta è che non sono passate ancora tre ore. Ovviamente dall’ultimo biberon. Altro caso di allattamento "misto". La madre racconta che traboccava latte ogni poro nei primi giorni, poi il seno ha smesso di essere duro e il latte non traboccava più. La bimba chiedeva cibo troppo spesso. Equazione dal risultato inevitabile: non ho latte sufficiente… vai di formula! A questo si aggiunga che la bimba ha sempre succhiato solo attraverso un paracapezzolo per un ipotetico capezzolo infossato che, però, io non ho visto. La madre mi chiede se secondo me potrebbe ancora esserci la possibilità di allattare esclusivamente e io rispondo sì, certo, a patto di darle il seno ogni volta che lo chiede. Risposta: ma se me lo chiede anche ogni venti minuti come faccio? Sguardo terrorizzato. Ho risposto che a volte basta farlo per un giorno o due, fino a quando la produzione di latte si riequilibra alle richieste del bambino, ma dubito di aver avuto un qualche tipo di successo.
3. Bimba di un mese scarso, allattamento avviatissimo, presunta mastite, acne neonatale e un po’ di diarrea. La mamma deve assumere un leggero antibiotico e tanto fa che ottiene che il medico le suggerisca di sospendere l’allattamento per qualche giorno. Risultato: con il latte artificiale la bambina dorme di più, la diarrea sparisce, l’acne diminuisce. Risultato: il mio latte è cattivo. Questione archiviata.
Insomma, a volte mi sembra davvero di essere una mosca bianca, mi prende un certo sconforto e penso che non ce la possiamo fare. Temo che non basti che sempre più madri siano convinte della necessità di allattare i propri figli, temo che non sia sufficiente l’esempio di tante donne che allattano felicemente bambini altrettanto felici, temo che l’informazione sia sempre troppo carente e a volte addirittura deleteria, temo che alla fine nelle donne della nostra generazione sia stato inoculato il virus della sfiducia e il dubbio che, in fondo, il biberon è più comodo e magari anche migliore, o almeno, uguale.
O forse sono solo io che, essendo diventata più attenta a queste cose, tendo a vederne di più e a ritrovarmele attorno. Ditemi che è così… e che le cose stanno cambiando davvero.
Prossimo post: regali di Natale, la polemica infuria.