Ecomamma

I cambiamenti cominciano anche così. Con un invito ufficiale, pubblico a fare un gesto solo apparentemente minimo, ma significativo, per rendere il nostro pianeta un posto migliore. Questo blog e moltissimi altri in giro per la Rete da tanto tempo pubblicizzano la possibilità di eliminare totalmente l’utilizzo degli assorbenti usa e getta per il ciclo mestruale e sostituirlo con la coppetta (mooncup o altre). Il nostro è un invito che a volte viene raccolto, ma di certo non ha lo stesso impatto che può avere la voce di un funzionario pubblico di un piccolo comune. La notizia che un sindaco e un assessore (quelli di Maserada sul Piave, comune che in quanto a riciclaggio ed ecologia è un bel po’ avanti a tutti) abbiano avviato delle iniziative per pubblicizzare e diffondere l’uso della coppetta mestruale mi ha quasi commossa. E’ qualcosa che andava perfino al di là delle mie speranze. Eppure si può fare e sono ragionevolmente certa che, superata una naturale diffidenza iniziale, saranno tante le donne di Maserada che, spinte se non altro dalla curiosità e dalla fiducia che un ente pubblico può ancora ispirare, si libereranno dagli inquinantissimi e assolutamente anti-igienici assorbenti e passeranno alla super-riciclabile coppetta. Gli stessi amministratori qualche tempo fa si erano fatti promotori di una campagna per la diffusione dei pannolini di stoffa per i neonati, addirittura regalando dei kit di prova ai neo-genitori.

Sono piccoli gesti, ma importanti, molto importanti se pensiamo che i pannolini e gli assorbenti costituiscono una quota molto consistente dei rifiuti meno riciclabili e più inquinanti che si possano immaginare.

Grazie a Maserada e ai suoi amministratori!


Qualche giorno fa sull’home page del Corriere appariva in posizione piuttosto rilevante un articolo che promuoveva l’uso del ciuccio come uno dei “punti d’oro” per la prevenzione della Sids (morte in culla).
La cosa mi aveva risvegliato un certo qual sospetto. E, infatti… Di lì a poco ecco che iniziano ad arrivarmi le mail del gruppo di pediatri ed esperti di allattamento (Aicpam e Centri per la Salute materno infantile) a cui faccio sempre riferimento, che chiedono la mobilitazione di tutti per smascherare l’inganno e preparano una lettera da inviare alla redazione del Corriere online. Ne è uscito un quadretto interessante.
Iniziamo dai dati.
La Sids è una sindrome piuttosto rara, ma che fa una gran paura a tutti i neogenitori perché porta alla morte improvvisa dei neonati, in genere di età inferiore ai tre mesi, durante il sonno. Le cause fisiologiche sono tuttora piuttosto sconosciute, ma le percentuali di occorrenza di questo evento sono iniziate a calare grazie alla scoperta che alcune semplici regole di comportamento servono a ridurre considerevolmente il rischio. Tra queste, per esempio, coricare il bambino sulla schiena, senza usare cuscini, tenere la temperatura dell’ambiente tra i 18 e i 20 gradi, non coprire eccessivamente il neonato, non fumare nella camera in cui il bimbo dorme ecc…
Tra le varie regole, c’era anche quella di favorire quanto più possibile l’istinto di suzione notturna del bambino. Tradotto in termini corretti, questo significa allattarlo a richiesta anche durante la notte! Non è uguale a dargli il ciuccio.
Certo, il ciuccio produce più o meno lo stesso risultato proprio perché imita (e imitare non significa essere uguale) la suzione del seno materno e impedisce che il sonno del bambino si faccia troppo profondo, aumentando il rischio di apnee.
Ma… di qui a consigliare di dare il ciuccio ai bambini per prevenire la Sids ne passa. Tanto più che questo consiglio comporta una serie di conseguenze negative, per esempio, la riduzione delle poppate notturne, con il rischio di una compromissione dell’allattamento, magari in una fase già delicata come quella dei primi mesi, in cui basta una minima alterazione dell’equilibrio domanda-offerta per sbilanciare l’alimentazione del neonato.
Ma i medici e gli esperti che hanno firmato la lettera di segnalazione rivolta al Corriere hanno anche scoperto qualcosa di più.
La notizia riportata dal giornale, infatti, non nasceva da indicazioni di organismi indipendenti come l’Oms, ma da Sids foundations, associazioni che, spesso e volentieri, vivono grazie al supporto di sostenitori privati dagli obiettivi non sempre del tutto disinteressati. In questo caso specifico, uno dei firmatari dello studio riportato è il il signor Peter Rohrig, presidente onorario di un’associazione fondata dalla Mam, industria che, tra le altre cose, produce ciucci e, in particolare, produce proprio il modello di succhiotto che il Corriere ha scelto come immagine per illustrare l’articolo.

Aggiornamento importante:

la redazione del Corriere ha prontamente risposto e mi sembra onesto riportare la loro replica:

Gentili dottori, grazie per la segnalazione

La notizia ci sembrava socialmente utile e abbiamo scelto collegialmente di darle rilievo proprio anche in forza del fatto che nessun “trattamento” sospetto veniva proposto “in vendita”. Del resto dietro ogni associazione, e persino società scientifica, si possono celare finanziamenti più o meno interessati. E’ oggettivamente impossibile conoscerli e soppesarli tutti dovendosi occupare praticamente di tutto ciò che capita. Dopo la vostra segnalazione ho provveduto personalmente a togliere l’immagine del ciuccio in questione, ho aggiunto la sostanza della vostra obiezione nel pezzo e l’allattamento al seno al primo posto fra le regole anti-sids.
Ci è sfuggito il nesso con l’allattamento al seno e le assicuro che siamo i primi a esserne dispiaciuti.
[...]
Il pronto accoglimento delle vostre precisazioni crediamo faccia giustizia da solo dei vostri dubbi atroci.

Bella risposta, a dimostrazione che, a volte, far sentire la propria voce – quando è competente – è utile a tutti.


Visto che non possiedo un televisore non ho idea di quanto questo documentario prodotto dal National Geographic possa essere stato visto sul piccolo schermo. Io l’ho guardato per la prima volta stasera e mi è piaciuto molto. Non tanto per le informazioni che fornisce, tutte corrette, ma più o meno già sentite, quanto per le spettacolari immagini ricostruite al computer sulla base delle tecniche ecografiche 4d (dimensioni spaziali + tempo). Questa è la versione integrale, in spagnolo. Ho cercato in giro per vedere se qualcuno aveva messo online il corrispondente in italiano, ma non ho trovato niente. Se qualcuno è più fortunato… lo ringrazio se vorrà segnalarmi il link. Comunque, anche per chi non se la cava bene con lo spagnolo, merita un’occhiata.


anand.jpgLa questione del dolore è uno dei problemi centrali non solo della medicina, ma di tante altre discipline connesse alla cura e alle attenzioni per gli esseri umani (mi piacerebbe poter scrivere per gli esseri viventi, ma temo sarei irrealista).
Per secoli la sensibilità al dolore è stata una delle questioni su cui si poteva porre il sigillo dell’”umanità” a questa o quella categoria di esseri “diversi”. Per esempio, le persone di colore, gli ebrei, le “streghe”… sono state fino a tempi non lontanissimi categorie di “non del tutto umani” per i quali non ci si sprecava nemmeno ad utilizzare quei poveri mezzi anestetici che erano invece disponibili per tutti gli altri.
Tra questi “non del tutto umani” ci sono stati fino a pochissimo tempo fa anche i neonati. Non sto parlando di secoli, ma di poco più di vent’anni.
Si pensava che la sensibilità al dolore fosse un’acquisizione tardiva nello sviluppo sensoriale, più o meno contemporanea allo sviluppo di una “coscienza” (anche qui le definizioni e le tematiche filosofiche implicite si sprecano).
Perciò si riteneva che il rischio di somministrare anestetici ai neonati che avevano bisogno di cure speciali (anche di interventi chirurgici) fosse superiore al beneficio che se ne poteva trarre. I bambini venivano operati dopo aver dato loro una sostanza paralizzante che li mantenesse immobili, ma niente che ne riducesse la sensibilità sensoriale.
Oggi, grazie al cielo e ad alcuni medici illuminati che hanno deciso di dedicare tempo e risorse a studiare questo aspetto della pratica neonatologica, la somministrazione di anestesia per i neonati che devono subire trattamenti invasivi è pratica comune e quasi ovvia. Ma la questione si è spostata, a mano a mano che l’età dei prematuri in grado di sopravvivere se correttamente assistiti si è portata verso stadi sempre più precoci dello sviluppo fetale.
A che punto della sua maturazione intrauterina il feto sviluppa la sensibilità al dolore?
La domanda non è di facile soluzione e non è priva di implicazioni, anche sociali.
Sul New York Times di domenica scorsa è apparso un bell’articolo dedicato al tema e al dibattito scientifico che lo circonda (credo sia accessibile solo dopo registrazione, gratuita). Le posizioni sono diverse, non c’è ancora un accordo e neppure dati definitivi che possano supportare una o l’altra teoria, ma la questione è di quelle che meritano molta attenzione.
Pensiamo, ad esempio, allo sviluppo incredibile che hanno avuto negli ultimi anni le tecniche di chirurgia fetale, a volte eseguite anche ad utero aperto, in condizioni di enorme stress per il feto e per la madre. A quale stadio si rende necessario somministrare al feto dosi di anestetico e quando, invece, sarebbe un rischio da non correre?
Oppure, pensiamo a tutta la polemica che sta infuriando in molti paesi riguardo agli aborti tardivi… è necessario anestetizzare il feto prima di eseguire una di queste pratiche? O infine, ai trattamenti riservati a soggeti con gravi malformazioni della corteccia cerebrale, fino ad oggi considerati incapaci di sentire dolore. Sono domande di difficile risposta su cui la comunità scientifica appare divisa.
Leggendo l’articolo del NYT mi ha colpito in particolare un personaggio. Si chiama “Sunny” Anand, neonatologo, anestesista e un paio di altre specializzazioni(!) che ha dedicato la sua intera vita professionale a studiare proprio questo problema. La sua attività è nata dal fatto che, quando lavorava in un’unità neonatologica di Oxford, vedeva tornare i bimbi dalle sale operatorie in condizioni disastrose. Fu lui a supporre che quegli scompensi, quelle reazioni spesso mortali fossero in buona parte dovuti al dolore provato durante le pratiche operatorie. Anche grazie a lui i neonati di tutto il mondo ora ricevono l’anestesia quando hanno bisogno di un intervento ed è ancora lui il primo a supporre che sia meglio sbagliare anticipando l’età gestazionale in cui il feto è in grado di sentire dolore piuttosto che in senso opposto.
La sua teoria è che in qualche modo si dovrebbe arrivare a ripensare la stessa definizione di dolore, cercando di slegarla dalla sua concezione “adulta” ossia quella correlata strettamente all’attività della corteccia cerebrale e della “coscienza”.
Dovremmo, invece, soffermarci anche su reazioni di altro tipo: per esempio, i riflessi che portano un feto a sottrarsi all’ago che lo sta pungendo o al bisturi che lo sta tagliando, al livello di adrenalina e cortisolo che raggiungono picchi elevati o alle frequenze cardiache e respiratorie che subiscono brusche accelerazioni cercando di portare più afflusso di sangue al cervello, in un meccanismo di difesa che sembra essere il più arcaico tra quelli messi a punto dagli animali in pericolo.
Io purtroppo non sono ancora specialista in niente di niente e a malapena inizio a capire qualcosa di medicina… ma mi sembra che si tratti di un punto mica di poco conto.
Insomma, fino a non moltissimi anni fa, la rimozione di un calcolo era una cosa da eroi, visto che si svolgeva totalmente “a vivo”, al massimo con qualche bicchiere di superalcolico in corpo… e il chirurgo bravo era il chirurgo veloce. L’anestesia è stata una rivoluzione! Poter entrare nel corpo di un essere umano che non sente alcun dolore. Provate a pensare che cosa sarebbe la medicina se questo non fosse possibile…
Capire se anche un feto di ventidue, venti o diciotto settimane è in grado di provare dolore e ha “diritto” all’anestesia ogni volta che viene sottoposto a un trattamento invasivo diventa una questione fondamentale anche perché i risvolti di un evento traumatico precoce nello sviluppo psicologico e neurologico di un bambino sono enormi.
Qualche esempio banale: è provato che i bambini sottoposti alla circoncisione senza uso di anestetici dimostrano una maggiore sensibilità al dolore negli anni successivi, così come le bambine a cui sono state forate le orecchie nei primi mesi o giorni di vita. Immaginiamo cosa può essere un’operazione al torace, o ai reni.
Meno male che ci sono dei “Sunny” Anand in camice bianco..


Ci sono dei temi di cui non mi piace parlare. Non perché non siano importanti, anzi, piuttosto perché li ritengo troppo complessi, troppo pieni di implicazioni, troppo aperti ad equivoci, per essere ridotti allo spazio di un post. Uno di questi temi è l’aborto.
Decido di parlarne perché in questi giorni è di nuovo “esplosa” (termine caro ai miei ex colleghi giornalisti) la polemica anche grazie al documento redatto dai direttori delle cliniche ostetriche e ginecologiche delle università di Roma sulla rianimazione dei feti estremamente prematuri.
Tralasciando la questione aborto si/aborto no che non voglio assolutamente affrontare in questa sede, mi concentro sul documento. Leggendolo mi sono posta alcune questioni che, tra l’altro, ultimamente mi è capitato spesso di pormi per tutt’altri motivi.
Mi sembra più che ovvio che un medico punti alla salvaguardia della vita, qualsiasi vita. Mi sembra anche legittimo che un medico possa decidere quando e se praticare un aborto che, comunque la si veda, non è esattamente un’ode alla vita. Ancora. Mi sembra totalmente corretto da parte della chiesa e dei cattolici praticanti rifiutare l’aborto, sia come pazienti sia come medici. Lo trovo compatibile con una coerenza di pensiero e azione che sinceramente valuto positiva. Ma allora mi pongo un altro ordine di questioni. Invece di mettere l’accento sulla necessità di rianimare un feto strappato al ventre materno pochi istanti prima (cosa che peraltro la legge già prevede nei casi in cui il medico valuti buone le possibilità di sopravvivenza) non sarebbe meglio che gli stessi medici si facessero portatori di una cultura della maternità e di un’informazione sana e completa prima che la madre decida di sottoporsi ad un aborto in gravidanza avanzata?
Mi spiego meglio. Vorrei conoscere qual è, per quegli stessi ginecologi, il numero di pazienti che ogni anno si sottopongono, per esempio, all’amniocentesi. Probabilmente altissimo. Probabilmente non diverso da quello di tutti gli altri medici che non hanno firmato nessuna presa di posizione simile. Sono quelle pazienti tutte assolutamente informate su che cosa significa sottoporsi a quel tipo di diagnosi prenatale? Sono tutte assolutamente preparate ad affrontare un qualche tipo di diagnosi infausta? Mi permetto di dubitare perché a tutte le donne che conosco è stata proposta l’amniocentesi come normale esame di routine, senza che nessuno si sia mai preso la briga di informarle esattamente sui rischi reali dell’esame in quanto tale (il tasso di abortività è sempre piuttosto elevato e non conosco centro o laboratorio che abbia fornito alla donna le proprie statistiche) e di prepararle all’eventualità di una diagnosi non felice.
Ancora. Quegli stessi medici potrebbero forse impegnarsi ad aumentare il livello di informazione delle donne e degli uomini di questo paese su quali sono i difetti diagnosticabili prima della nascita realmente incompatibili con la vita e quali, invece, non siano poi così imponenti. Potrebbero forse impegnarsi per diffondere maggiori informazioni riguardanti la sindrome di Down che, parliamoci chiaro, è il vero e forse unico spettro con cui le futuri madri di oggi fanno i conti (tutte le altre anomalie rilevabili con l’amniocentesi sono più rare e meno conosciute) ed è anche una sindrome su cui c’è un’informazione poco aggiornata, poco approfondita, poca, insomma.
Invece di diffondere l’orrore raccontando di feti strappati all’utero materno, in grado di respirare e di sopravvivere (ma in quali condizioni?) anche contro il parere della madre che ha appena deciso non senza traumi di interrompere la gestazione… non si potrebbe cercare di diffondere una cultura che permetta anche di accettare che un bambino non nasca perfetto?
Qualche settimana fa, a lezione, una genetista ci mostrava delle immagini di feti abortiti per illustrarci le varie anomalie dovute a difetti genetici e si lasciò sfuggire un commento che in qualche modo mi turbò profondamente. Disse che il numero di bambini con la sindrome di Down nati in Italia si stava riducendo – “grazie al cielo” – proprio grazie alla diffusione della diagnosi prenatale. Quel grazie al cielo mi fece venire un po’ i brividi, soprattutto se corredato dalle immagini che mi scorrevano davanti. In nessun modo intendo negare che ogni coppia di genitori abbia il diritto di valutare se si sente o meno in grado di crescere un bambino con qualche tipo di malattia congenita. Ma siamo proprio sicuri che sia impossibile ridurre il livello di terrore che questo tipo di prospettiva genera? Mi permetto di dubitare. Forse se i medici cattolici, se i pazienti cattolici, se tutti quelli che inneggiano alla vita ad ogni costo si impegnassero a rendere questa società un posto migliore anche per le persone che hanno meno capacità o che hanno dei difetti fin dalla nascita, il numero degli aborti in gravidanza avanzata diminuirebbe da sé. Senza proclami terroristici, senza nuove criminalizzazioni, senza troppe polemiche a mio parere totalmente sterili.


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