La nascita di un bambino prematuro è un evento piuttosto frequente e costituisce un grosso motivo di angoscia e di disagio per i genitori che si trovano nella situazione di affrontare il ricovero prolungato del proprio figlio. Nel mondo, il dibattito scientifico sulle cure e gli approcci terapeutici agli immaturi sottopeso è in grande fermento. Da anni, ormai, in molti paesi si utilizza la canguro terapia come importante ausilio alle terapie tradizionali per stimolare la crescita e lo sviluppo anche neurologico dei piccoli. E’ universalmente riconosciuto che l’ambiente sterile, silenzioso e privo di contatto umano dei reparti di terapia intensiva neonatale è un pesante motivo di stress per i piccoli pazienti e anche per le famiglie, costrette spesso a separazioni dolorose e prolungate, vincolate ad orari di visita ristrettissimi, a spostamenti pesanti soprattutto per madri che si trovano nell’immediato post-partum. Il tutto spesso giustificato esclusivamente da esigenze organizzative ospedaliere piuttosto che da reali necessità curative.
Parlare in Italia di canguro-terapia, di contatto pelle-pelle con la madre, di allattamento al seno dei prematuri è ancora, in tantissimi centri di cura neonatale, pura fantascienza. E questo non perché i neonatologi non riconoscano l’efficacia di questi approcci. Allora perché? E’ di questi giorni un articolo apparso sul Corriere in cui si intravvedono degli spiragli di speranza. A parlare è Claudio Fabris, presidente della Società italiana di neonatologia (Sin), che si sta adoperando per un’apertura totale dei centri di terapia neonatale alla presenza dei genitori.
«Da due anni almeno ci stiamo battendo perché in ogni centro si arrivi a questo tipo di organizzazione – dice Fabris -. Spesso è un problema culturale, di mancanza di volontà. È dimostrato che la vicinanza dei genitori migliora la prognosi del neonato e accorcia i tempi della dimissione. Il progresso delle tecnologie e la disponibilità di latte completo di tutti i nutrienti necessari in questa delicata fase sono importanti. Ma il contatto con la mamma è fondamentale».
Insomma, più o meno quello che succedeva e succede tuttora nei reparti maternità quando si parla di rooming-in. Fino a qualche tempo fa, l’idea di far restare a stretto contatto 24 ore su 24 mamma e bambino durante il ricovero post-partum era qualcosa di confinato a poche cliniche “alternative”. Ora è un fatto potenzialmente acquisito, ma molti ospedali italiani fanno fatica ad adeguarsi per motivi dettati da fattori del tutto estranei al benessere di mamme e nuovi nati. Inadeguatezza delle stanze, resistenze da parte del personale, abituato a gestire i nidi dei reparti maternità in autonomia, con orari precisi e pratiche a cui le madri non hanno alcun accesso e alcuna possibilità di opporsi (per esempio, l’abitudine tuttora diffusa di dare il ciuccio ai neonati o di acquietarli con qualche poppata di glucosata).
Se un cambiamento di questa “cultura” a livello di reparti di maternità apporta cambiamenti importanti per mamme e neonati a termine, proviamo a immaginare che cosa potrebbe significare in situazioni patologiche avere la possibilità di assistere costantemente il proprio bimbo prematuro, di potergli fornire non solo le terapie e l’assistenza medica costante di cui ha bisogno, ma anche il calore del contatto con la pelle della madre, la consolazione del suono della sua voce e del battito del suo cuore, lo stimolo del suo ritmo respiratorio.
Studi recenti (tra l’altro di sorgente italiana, dall’Università di Siena) dimostrano che la frequenza cardiaca di bambini in incubatrici diminuisce quando gli apparecchi sono accesi. Un’altra pubblicazione mostra come il dolore di pratiche terapeutiche invasive risulti molto più tollerato dai piccoli pazienti messi a diretto contatto con la madre attraverso la tecnica del canguro. In Colombia, si sperimenta con successo la possibilità di dotare le incubatrici di piccole “amache” per permettere ai neonati prematuri di assumere posizioni più simili a quelle consentite all’interno dell’utero materno, ma impossibili da ottenere sul materassino dell’apparecchio. Negli Stati Uniti, si definiscono nuove linee guida per umanizzare le attenzioni da riservare a questi piccoli. Da noi, il metodo canguro è praticato solo in pochissimi centri di cura e, spesso, solo in ristretti intervalli di tempo. Il fatto che gli addetti ai lavori inizino a chiedere un cambiamento di queste condizioni è importante. Ma sarebbe fondamentale che, quando si tratta di cure rivolte a pazienti bambini (non solo in età neonatologica, ma anche pediatrica) si iniziasse a considerare la presenza e l’attiva partecipazione dei genitori non come un intralcio alla routine ospedaliera, ma come un vantaggio terapeutico e una possibilità in più da sfruttare a vantaggio del paziente e della sua famiglia.