Ecomamma

Un bel po’ di tempo fa avevo parlato della quasi impossibilità di reperire sul mercato bambolotti che non fossero alimentati con il biberon e non avessero almeno un ciuccetto in dotazione. Le bambole allattate al seno erano confinate nella nicchia della produzione “alternativa” o equo-solidale.
Dalla Spagna, in particolare dalla provincia di Alicante nota per la produzione di giocattoli, arriva la prima svolta in questo settore. Si chiama Bebé Gloton, che tradotto in italiano potrebbe essere qualcosa tipo “piccolo golosone”, ed è il primo bambolotto industriale, genere Ciccio Bello per intenderci, che si alimenta di latte materno.

La bambola viene venduta in kit con una specie di top-maglietta che la proprietaria del giocattolo dovrebbe indossare per alimentare il proprio bimbo. All’altezza del seno ci sono due fiorellini o due stelline che, quando la bocca del bambolotto si avvicina, innescano il meccanismo che fa muovere le labbra al bimbetto mimando la suzione. Quando il bebè è sazio, la bimba gli farà fare un ruttino dandogli qualche pacchettina sulla schiena. Ecco il video di presentazione in cui si vede il bambolotto in azione.
La bambola è una bella novità, ma non del tutto… Pur essendo allattato, infatti, il piccoletto arriva in commercio provvisto di succhiotto!! E vabbè a quanto pare il ciuccetto è ancora un optional irrinunciabile per vendere le bambole.
In Spagna il bebè gloton sarà in vendita a partire da ottobre. Non so se sarà disponibile anche in Italia, ma la Rete è grande e le sue possibilità non infinite… ma quasi.


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Girellando per la Rete questa mattina mi imbatto in un titolino che mi fa, ovviamente, rabbrividire (si fa per dire… qui fa piuttosto caldino ;) ).
Il titolo dice: genitori e figli insieme per soli 45 minuti al giorno. Il sito su cui leggo la notizia è uno di quelli che di solito mi dà spunti interessanti e che generalmente dimostra anche una certa capacità di selezione. Perciò clicco sul titolo e dò un’occhiata. Scopro che stiamo parlando di genitori e figli brittannici. La cosa non mi consola granché visto che la globalizzazione non ha bisogno certo del tunnel sotto la Manica per portare in giro certe abitudini. Leggo che un sondaggio ha appurato che 45 minuti sono il tempo medio che i genitori trascorrono con i loro figli nel corso della giornata. Inoltre, questi minuti sono quasi sempre spesi mangiando o guardando la Tv. Triste quadretto. Ma… Dopo i primi venti secondi di indignazione mi chiedo: ma chi l’ha fatto questo sondaggio? Dove è stato pubblicato? quanti anni hanno i figli in questione? La fonte è indicata ed è… Pianeta Donna! Boh. Clicco. In effetti qui c’è un bell’articolone su questo fantomatico sondaggio, ma le domande che mi ero fatta al primo passaggio rimangono insolute. Anche pianeta donna si pregia di indicare la fonte: DailyMail. Allora… il dailymail è più o meno la versione digitale di quei giornaletti di cui rigurgitano le edicole britanniche che mettono insieme notizie dei flirt della famiglia reale, avvistamenti alieni e orribili virus venuti dal passato.
Può darsi anche che sia vero che 45 minuti è il tempo mediamente trascorso insieme da genitori e figli. Non mi stupirebbe molto. Ma trovo profondamente scorretto riportare una notizia senza verificare che abbia un minimo di fondamento e di costrutto all’interno di un sito che vuole porsi come punto di riferimento e di raccolta delle informazioni che riguardano un modo “naturale” di intendere l’essere genitori.
Naturale sì, ma onesto pure.
Per ora mi riservo di continuare ad illudermi che genitori e figli trascorrano insieme qualcosa in più di 45 minuti davanti alla Tv. Fino a quando qualcuno non mi dimostri, con un certo metodo, il contrario.


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Credo che assolutamente in ogni casa in cui ci siano bambini piccoli ci sia una confezione di supposte di tachipirina, la forma più comunemente diffusa di paracetamolo. E’ questo il farmaco a cui più comunemente si ricorre quando la temperatura di un neonato o di un bimbo piccolo sale oltre i 38/39 gradi. Meno diffuso, almeno in Italia, il ricorso all’ibuprofene. Però un recente studio britannico ha dimostrato che il modo migliore per abbassare e mantenere a livelli accettabili la temperatura di un bimbo piccolo con la febbre è accoppiare questi due farmaci alternandoli e iniziando proprio con la somministrazione dell’ibuprofene. Iniziare con la somministrazione di questo farmaco pare acceleri l’abbassamento della temperatura di quasi 25 minuti, rispetto alla somministrazione di paracetamolo o di entrambi i farmaci, ma iniziando dal paracetamolo.
Vediamo che cosa sono questi due farmaci:
1. paracetamolo o acetaminofene: è una molecola piuttosto datata, sintetizzata per la prima volta nel 1878. E’ una sostanza non steroidea, dalle scarse proprietà antinfiammatorie, ma meno aggressiva nei confronti dello stomaco rispetto ai suoi cugini prossimi FANS (tipo aspirina, per intenderci). Viene utilizzato soprattutto per le sue proprietà antipiretiche e analgesiche. Importantissimo fare attenzione ai dosaggi e agli intervalli di somministrazione, perché il paracetamolo può diventare tossico per il fegato e per i reni (5gr di sostanza possono uccidere un uomo adulto).
2. ibuprofene: stessa famiglia di farmaci antinfiammatori non steroidei. Questa volta parliamo di una molecola molto più recente (1960) utilizzata soprattutto per attenuare dolori di media e lieve entità, molto utilizzato nella terapia delle artriti. Ha una vita media all’interno dell’organismo molto più breve rispetto all’aspirina e per questo ha anche minore impatto sulla mucosa dello stomaco. Viene utilizzato per le sue proprietà antipiretiche e antidolorofiche. Altra caratteristica di questo farmaco è quella di poter essere utilizzato in forma di gel epidermico per traumi e dolori muscolari e in forma di sali, da somministrare per via endovenosa, con effetti più rapidi e dosaggi anche molto bassi (adatti per esempio a neonati prematuri).
E’ considerato dall’organizzazione mondiale per la sanità un farmaco indispensabile.


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Ci sono delle notizie che non sembrano di per sé molto importanti, ma che per qualche motivo mi aprono uno squarcio su qualcosa che era rimasto come sopito da qualche parte, in attesa di una scintilla per poterne parlare. Questa è una di quelle.
Si parla di Sindrome di Tourette, disturbo neurologico dalle caratteristiche estremamente variabili e non sembre facili da codificare, ma che sembrano essere generate da alterazioni della trasmissione nervosa attraverso il circuito della Dopamina, un po’ come capita nel Parkinsons (ma in senso sintomatologicamente opposto) e in altri disturbi neurodegenerativi.
Uno dei sintomi più macroscopici della Tourette sono i tic motori, che possono variare in una scala enorme: da piccolissimi movimenti involontari, a una serie di tic che rendono quasi impossibile lo svolgimento di normali azioni quotidiane e la vita di relazione.
Alla sindrome di Tourette, però, è anche associata una forte componente creativa, tanto che si ritiene che molti geni artistici del passato e del presente fossero affetti da questo tipo di disturbo (per esempio Mozart).
Fino a qualche tempo fa si riteneva che la sindrome fosse piuttosto rara. Invece, e questa è la notizia che ha dato il la a questo post, sembra che sia molto più diffusa di quanto si ritenesse.
Negli Stati Uniti si arriva a stimare che da 3 a sei giovani su mille ne siano affetti, in misure diverse. Questo allargamento della stima di morbilità è ovviamente dovuto all’allargarsi della definizione di sindrome di Tourette da un quadro clinico estremamente serio a una variabilità molto maggiore, in cui sono inclusi sintomi non sempre di facile riconoscimento o di sicura attribuzione. Ma perché vale la pena di sottolineare questo dato? Innanzitutto perché la sindrome di Tourette si manifesta nella maggior parte dei casi in giovanissima età. La diagnosi viene spesso fatta su ragazzini di età compresa fra i 6 e i 14 anni. Si può solo immaginare che cosa possa significare per questi giovanissimi e per le loro famiglie avere a che fare con questo tipo di diagnosi. Il problema non è tanto la malattia in sé. I gradi di sintomatologia sono infatti talmente ampi che nella maggioranza dei casi non si tratta di problemi invalidanti. Ma parliamo comunque di ragazzini in età scolare, con esigenze particolari alle quali dubito che la scuola (e non solo quella italiana) sia preparata a far fronte. I bambini con sindrome di Tourette hanno un cervello vivace e veloce. Talmente veloce che funziona in maniera intuitiva, per associazioni rapidissime. Non è adatto all’apprendimento graduale e logico-associativo tipico dell’educazione scolastica tradizionale. E’ anche un cervello estremamente creativo. Talmente creativo da trovare in particolare nella musica, ma anche nelle arti figurative, non solamente importanti sfoghi dal potere terapeutico, ma vere e proprie espressioni di talenti geniali, di capacità fuori dal comune. Vi invito a guardare su Youtube il filmato relativo al rientro sulle scene di Nick van Bloss, talentuoso pianista britannico, affetto da una forma particolarmente feroce di sindrome di Tourette che sembra placarsi esclusivamente nel momento in cui il giovane mette le mani sulla tastiera del pianoforte.
Al momento non vi sono terapie specifiche risolutive per la sindrome di Tourette, anche se vi sono una serie di medicinali utilizzati per mitigare gli effetti collaterali del disordine della Dopamina, ossia i movimenti involontari e i tic nervosi.
Entrare nel mondo delle patologie nervose è, comunque, mettere piede in un territorio sconnesso e variegato, quasi totalmente ignorato dall’opinione pubblica, dalle strutture sociali e, in parte, anche dalla ricerca medicoscientifica. Ma se diamo ascolto a queste cifre ci rendiamo conto che non stiamo parlando di numeri trascurabili, non stiamo nel pure ingiustamente abbandonato settore delle “malattie rare”. Se ci limitiamo a pensare ai giovanissimi e mettiamo assieme il numero di ragazzini a cui viene diagnosticata una forma di autismo, la sindrome di Tourette o la sindrome da deficit dell’attenzione il numero sale vertiginosamente. E’ una grossa percentuale di figli, di studenti, di compagni di scuola che possiede un cervello che funziona in modo un po’ differente dalla massa. Che apprende in modo diverso, che si relaziona in modo diverso, che crea in modo diverso. Conoscere queste modalità, imparare che non si tratta di elementi pericolosi da emarginare e isolare, ma che potrebbero invece costituire un’occasione per ripensare la didattica in generale, la scuola, le strutture sociali destinate ai ragazzi, sarebbe un punto di partenza importantissimo non solo per i giovani che soffrono di questi disturbi, ma anche per tutti gli altri.
Ecco alcune risorse per conoscere un po’ meglio la sindrome di Tourette:
What is tourette syndrome?
Associazione sindrome di tourette
Tourette.it


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