Eccola qui. Dopo una pausa come non se ne erano mai viste, riesco finalmente a trovare il tempo di scrivere un post. Ci sarebbero tanti argomenti arretrati di cui vorrei parlare, ma quello che proprio non si può più rinviare è quello sull’influenza A. Quello della pandemia influenzale è un tema che si può guardare sotto tante angolazioni diverse e che propone diversi spunti di riflessione sia da un punto di vista prettamente medico e scientifico sia da quello sociologico. Io devo dire che ho scelto di tenermi in disparte e stare a guardare per un po’. A “scuola” ho ascoltato i professori che ci hanno spiegato (ognuno a modo suo) il perché e il per come di questo virus. In autobus, in metropolitana, ho ascoltato le persone con le loro fondate e infondate paure, e ho letto tanto, ma con accurata selezione delle fonti. Alla fine ho capito poche cose e mi va di condividerle.
1. I virus fanno sempre tanta paura: sarà perché mi interessano le malattie infettive e trovo i virus terribilmente affascinanti, ma anche questo aspetto un po’ antropologico del virus me lo rende ancora più intrigante. Da che mondo è mondo la paura della “peste” in senso lato scatena tutta una serie di azioni e reazioni che pescano davvero nella parte più antica del nostro cervello. Senza stare ad approfondire granché, è evidente che di questa cosa sono ben consapevoli i “fabbricanti” di medicine e, pur non essendo una che sguazza nelle teorie complottistiche, è sotto gli occhi di tutti che qualcuno sta facendo tanti tanti soldi non soltanto sul virus di questa influenza, ma in generale sulla paura di tutto quello che non vediamo e potrebbe farci male. Alla fine della fiera, però, ho capito – perché me lo hanno spiegato in diverse salse e da diverse angolazioni specialistiche – che questo virus in fondo non è poi tanto cattivo. E’ solo molto molto appiccicoso.
2. Lavarsi le mani serve, l’amuchina no. Il tema dell’igiene personale, e in particolare delle mani, è una questione importantissima. Tante malattie sono scomparse o quasi dal nostro mondo industrializzato un po’ grazie ai vaccini, ma un po’ – molto – grazie al miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie. Il che comprende anche l’utilizzo di acqua pulita per lavarsi. Detto ciò, chiunque salga su una metropolitana quotidianamente (come me) potrebbe raccontare diverse cose sulle non-abitudini igieniche di italiani e non… Lasciamo perdere. La cosa, però, assume un aspetto quasi paradossale quando si vedono delle signore tirare fuori dalla borsetta le salviette di amuchina da mettere tra la mano e il paletto di sostegno della metro, mentre tossiscono allegramente sulla faccia del loro vicino. Ed ecco un’altra cosa che ho capito: l’amuchina non serve a niente. Anzi. Molta gente è convinta che il fatto di impiastricciarsi le mani con un gel puzzolente che ha un nome molto simile al prodotto che si utilizza in ospedale per la disinfezione (Amukine, per la cronaca) sia sufficiente a garantire una sorta di sterilità e questo li esime dal lavarsi le mani con acqua e sapone, ottenendo l’effetto opposto al desiderato. Inoltre, l’uso sconsiderato di disinfettanti e battericidi è una delle cause del propagarsi di ceppi di virus e batteri resistenti.
3. La gente muore. Lo so, detta così è forse un po’ rude. Però il succo della questione è questo. Ogni giorno le persone muoiono. Se non per i traumi di un incidente stradale o per infarto, gli esseri umani tendono a invecchiare, ad ammalarsi e a morire. E se andiamo a guardare da vicino ci accorgeremo che spesso, molto spesso, una persona che ha un apparato respiratorio compromesso, se si prende un virus, anche un raffreddore, potrebbe peggiorare, a tal punto da morirne. Lo ha ucciso il raffreddore? Si potrebbe anche dire così, ma sarebbe un po’ una forzatura. Un po’ quello che ogni giorno fanno i miei carissimi ex-colleghi giornalisti che si accaniscono a fare la conta dei cadaveri che, tra le altre cose, si erano anche beccati l’influenza. Per quanto riguarda i bambini, l’altra dura verità è che anche loro sono, da sempre, una fetta di popolazione su cui una banale influenza, A o non-A, può avere serie conseguenze.
4. Detto ciò, ci vacciniamo? Io sì. Ebbene, sì, mi sono vaccinata, come ho fatto l’anno scorso, sia contro l’influenza stagionale sia contro la suina. Ho scelto di vaccinarmi perché se ci ammaliamo noi “grandi” è un macello, perciò meglio evitare. Mi sono vaccinata perché passo diverse giornate in ospedale tra persone che soffrono di patologie respiratorie a cui è forse meglio evitare di trasmettere altre schifezze e anche perché, se posso, evito volentieri di stare male. Tutta la polemica sul vaccino sì, vaccino no mi sembra piuttosto sterile. I vaccini antinfluenzale, sono, tutto sommato, quelli più recenti, meglio formulati, meno pericolosi. Mi piacerebbe che lo stesso dibattito che si è aperto su questo vaccino si facesse, invece, sull’anti-morbillo, vaccino che è rimasto invariato nell’arco di trent’anni e che ha controindicazioni piuttosto pesanti in percentuali piuttosto elevate. Il complotto delle case farmaceutiche? Mah. Lo sappiamo tutti che le case farmaceutiche sono “il male”. Ma non le combattiamo certo beccandoci l’influenza. E poi, se i vaccini non li fanno loro, chi dovrebbe produrli?
Ecco. Queste sono quattro cose che ho capito. L’altra è che sulla questione della prevenzione in sanità regna sovrano il casino. E chi dovrebbe pensare a come sistemare questo casino è occupato a trascorrere serate con i trans, oppure a salvarsi dalle toghe rosse… insomma, non ci sta pensando granché.
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Torno dopo una lunga pausa per parlare, ancora una volta, di allattamento. Questa volta il pretesto è una mail di aggiornamento dell’Ibfan riguardante la prossima settimana mondiale dell’allattamento. Il tema di quest’anno è l’allattamento al seno in situazioni di emergenza.
Avere la possibilità di crescere in una famiglia bilingue è un’opportunità che sarebbe un peccato sprecare. Eppure ancora oggi persistono molte perplessità riguardo al fatto di offrire ai piccoli l’apprendimento di due linguaggi contemporaneamente. Molti temono che i bimbi apprendano più lentamente, che facciano confusione, che abbiano poi maggiori difficoltà al momento di andare a scuola. Ma non è così. Sono molti ormai gli studi che dimostrano in maniera piuttosto chiara quanto l’apprendimento bilingue non costituisca affatto un motivo di difficoltà, ma piuttosto un vantaggio rispetto alle famiglie monolingui. Se fino ad ora si è lavorato soprattutto sull’esclusione degli svantaggi, poco si era dimostrato sugli effetti positivi del bilinguismo per i bambini piccoli. E’ di questi giorni, invece, la pubblicazione su Science di uno studio condotto a Trieste dai ricercatori della Sissa (scuola internazionale superiore di studi avanzati) del settore neurocognitivo su un gruppo di bambini di età inferiore ai 12 mesi. I ricercatori, diretti da Agnes Kovacs e Jacques Mehler, hanno dimostrato che i bimbi cresciuti in ambienti bilingui diventano più flessibili nell’apprendimento rispetto ai bambini monolingui, quando si trovano di fronte a stimoli di tipo linguistico.
Girellando per la Rete questa mattina mi imbatto in un titolino che mi fa, ovviamente, rabbrividire (si fa per dire… qui fa piuttosto caldino