Ecomamma

Una fabbrica in provincia di Padova applica un modello ‘rivoluzionario’ (ma ci sono Paesi dove questa ‘rivoluzione’ è ormai storia consolidata): l’azienda fissa le necessità produttive, gli operari, ogni due mesi, comunicano la loro disponibilità di orario e un software incrocia le esigenze, creando turni e dando fiato alla vita privata. Risultato? Tutti più felici e produttivi.

Luca Bettio, delle Rsu, racconta: “Ci abbiamo guadagnato tutti. Abbiamo abolito lo straordinario, strumento in mano ai capetti, e l’abbiamo sostituito con un premio per la flessibilità. Così ognuno può bilanciare la sua vita familiare con quella della fabbrica, e in tempi di asili che chiudono e di anziani da accudire non è poco”.

Le implicazioni per le neo e meno-neo mamme sono evidenti. Resta proprio da dire: ci voleva tanto? L’articolo su Repubblica.it


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Eccola qui. Dopo una pausa come non se ne erano mai viste, riesco finalmente a trovare il tempo di scrivere un post. Ci sarebbero tanti argomenti arretrati di cui vorrei parlare, ma quello che proprio non si può più rinviare è quello sull’influenza A. Quello della pandemia influenzale è un tema che si può guardare sotto tante angolazioni diverse e che propone diversi spunti di riflessione sia da un punto di vista prettamente medico e scientifico sia da quello sociologico. Io devo dire che ho scelto di tenermi in disparte e stare a guardare per un po’. A “scuola” ho ascoltato i professori che ci hanno spiegato (ognuno a modo suo) il perché e il per come di questo virus. In autobus, in metropolitana, ho ascoltato le persone con le loro fondate e infondate paure, e ho letto tanto, ma con accurata selezione delle fonti. Alla fine ho capito poche cose e mi va di condividerle.
1. I virus fanno sempre tanta paura: sarà perché mi interessano le malattie infettive e trovo i virus terribilmente affascinanti, ma anche questo aspetto un po’ antropologico del virus me lo rende ancora più intrigante. Da che mondo è mondo la paura della “peste” in senso lato scatena tutta una serie di azioni e reazioni che pescano davvero nella parte più antica del nostro cervello. Senza stare ad approfondire granché, è evidente che di questa cosa sono ben consapevoli i “fabbricanti” di medicine e, pur non essendo una che sguazza nelle teorie complottistiche, è sotto gli occhi di tutti che qualcuno sta facendo tanti tanti soldi non soltanto sul virus di questa influenza, ma in generale sulla paura di tutto quello che non vediamo e potrebbe farci male. Alla fine della fiera, però, ho capito – perché me lo hanno spiegato in diverse salse e da diverse angolazioni specialistiche – che questo virus in fondo non è poi tanto cattivo. E’ solo molto molto appiccicoso.
2. Lavarsi le mani serve, l’amuchina no. Il tema dell’igiene personale, e in particolare delle mani, è una questione importantissima. Tante malattie sono scomparse o quasi dal nostro mondo industrializzato un po’ grazie ai vaccini, ma un po’ – molto – grazie al miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie. Il che comprende anche l’utilizzo di acqua pulita per lavarsi. Detto ciò, chiunque salga su una metropolitana quotidianamente (come me) potrebbe raccontare diverse cose sulle non-abitudini igieniche di italiani e non… Lasciamo perdere. La cosa, però, assume un aspetto quasi paradossale quando si vedono delle signore tirare fuori dalla borsetta le salviette di amuchina da mettere tra la mano e il paletto di sostegno della metro, mentre tossiscono allegramente sulla faccia del loro vicino. Ed ecco un’altra cosa che ho capito: l’amuchina non serve a niente. Anzi. Molta gente è convinta che il fatto di impiastricciarsi le mani con un gel puzzolente che ha un nome molto simile al prodotto che si utilizza in ospedale per la disinfezione (Amukine, per la cronaca) sia sufficiente a garantire una sorta di sterilità e questo li esime dal lavarsi le mani con acqua e sapone, ottenendo l’effetto opposto al desiderato. Inoltre, l’uso sconsiderato di disinfettanti e battericidi è una delle cause del propagarsi di ceppi di virus e batteri resistenti.
3. La gente muore. Lo so, detta così è forse un po’ rude. Però il succo della questione è questo. Ogni giorno le persone muoiono. Se non per i traumi di un incidente stradale o per infarto, gli esseri umani tendono a invecchiare, ad ammalarsi e a morire. E se andiamo a guardare da vicino ci accorgeremo che spesso, molto spesso, una persona che ha un apparato respiratorio compromesso, se si prende un virus, anche un raffreddore, potrebbe peggiorare, a tal punto da morirne. Lo ha ucciso il raffreddore? Si potrebbe anche dire così, ma sarebbe un po’ una forzatura. Un po’ quello che ogni giorno fanno i miei carissimi ex-colleghi giornalisti che si accaniscono a fare la conta dei cadaveri che, tra le altre cose, si erano anche beccati l’influenza. Per quanto riguarda i bambini, l’altra dura verità è che anche loro sono, da sempre, una fetta di popolazione su cui una banale influenza, A o non-A, può avere serie conseguenze.
4. Detto ciò, ci vacciniamo? Io sì. Ebbene, sì, mi sono vaccinata, come ho fatto l’anno scorso, sia contro l’influenza stagionale sia contro la suina. Ho scelto di vaccinarmi perché se ci ammaliamo noi “grandi” è un macello, perciò meglio evitare. Mi sono vaccinata perché passo diverse giornate in ospedale tra persone che soffrono di patologie respiratorie a cui è forse meglio evitare di trasmettere altre schifezze e anche perché, se posso, evito volentieri di stare male. Tutta la polemica sul vaccino sì, vaccino no mi sembra piuttosto sterile. I vaccini antinfluenzale, sono, tutto sommato, quelli più recenti, meglio formulati, meno pericolosi. Mi piacerebbe che lo stesso dibattito che si è aperto su questo vaccino si facesse, invece, sull’anti-morbillo, vaccino che è rimasto invariato nell’arco di trent’anni e che ha controindicazioni piuttosto pesanti in percentuali piuttosto elevate. Il complotto delle case farmaceutiche? Mah. Lo sappiamo tutti che le case farmaceutiche sono “il male”. Ma non le combattiamo certo beccandoci l’influenza. E poi, se i vaccini non li fanno loro, chi dovrebbe produrli?
Ecco. Queste sono quattro cose che ho capito. L’altra è che sulla questione della prevenzione in sanità regna sovrano il casino. E chi dovrebbe pensare a come sistemare questo casino è occupato a trascorrere serate con i trans, oppure a salvarsi dalle toghe rosse… insomma, non ci sta pensando granché.


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Questo video è uno stralcio di un’audizione che il senatore Edward Kennedy fece riguardo i rischi di una politica di marketing aggressivo e indiscriminato da parte delle industrie del latte artificiale nei paesi in via di sviluppo.
E’ un video estremamente interessante perché testimonia di un’attività forse poco nota del celebre politico americano, morto qualche giorno fa. Fu proprio Edward Kennedy, infatti, nel 1978 a raccogliere il grido d’allarme di organizzazioni non governative e missionari che affrontavano ogni giorno la realtà dei decessi e delle malattie di bambini in paesi in cui al latte materno veniva sostituito il latte artificiale, senza che vi fossero le condizioni necessarie perché questo avvenisse in sicurezza.
Kennedy promosse una serie di studi e audizioni da cui scaturì il processo che terminò nel 1981 con il Codice internazionale di regolamentazione della commercializzazione degli alimenti per neonati. In particolare, il video mostra la testimonianza del rappresentante della Nestlé e il suo evidente imbarazzo di fronte alle domande, competenti e precise, rivoltegli dal senatore Kennedy. Un bell’esempio e un piccolo omaggio da parte di questo blog a una figura politica come – soprattutto da queste parte – ultimamente se ne vedono poche.


Torno dopo una lunga pausa per parlare, ancora una volta, di allattamento. Questa volta il pretesto è una mail di aggiornamento dell’Ibfan riguardante la prossima settimana mondiale dell’allattamento. Il tema di quest’anno è l’allattamento al seno in situazioni di emergenza.

Emergenza significa un sacco di cose. Situazioni alle quali generalmente preferiamo pensare come lontane da noi, poco attinenti alla nostra vita quotidiana, o alle quali non pensiamo affatto. Ma non stiamo parlando solo di fame, carestie, guerre, cose che comunque sono vita quotidiana in un sacco di posti non molto lontani da noi. Parliamo, per esempio, di un vicinissimo terremoto.
Un cataclisma come quello che ha portato morte e distruzione in Abruzzo poco tempo fa ha enormi ripercussioni sulla vita di un neonato e della sua mamma. Anche per quanto riguarda l’alimentazione e i rischi per la salute che questa porta con sé. Se ci fate caso è uso comune quando si parla di aiuti umanitari per popolazioni che hanno subito danni di questo genere chiedere anche la donazione di latte in polvere per neonati. Può sembrare un gesto di importante generosità e, in parte, lo è, ma porta con sé anche alcune considerazioni che è importante fare.
Sul sito del Mami, nelle pagine dedicate alla Sam 2009, si trova anche una sezione riguardante proprio le donazioni di latte artificiale e la pratica dell’allattamento al seno in situazioni come quella del terremoto dell’Abruzzo. Ecco che cosa si dice:
Donazioni ‘generose’: più dannose che utili!
Durante i soccorsi che sono seguiti al terremoto in Indonesia nel 2006, la distribuzione gratuita di latte artificiale a bambini al di sotto dei due anni portò ad aumentarne l’utilizzo tra i bambini allattati. La diffusione di diarrea raddoppiò nei bambini a cui venne donato latte artificiale (25%) rispetto ai bambini che non ne ricevettero (12%). 13
Le industrie che commercializzano alimenti per bambini possono considerare le emergenze come ‘opportunità’ per entrare nel mercato o rafforzarlo o per migliorare le pubbliche relazioni.
Persone ed organizzazioni non-governative (ONG), inconsapevoli dei rischi e in buona fede, potrebbero donare latte artificiale, altri sostituti del latte materno e articoli per l’alimentazione infantile.
Organizzazioni umanitarie e altri potrebbero ricevere e distribuire gratuitamente queste donazioni senza nessuna consapevolezza degli aumentati rischi per la salute e la sopravvivenza infantile.
Nelle situazioni di emergenza sono state registrate molte violazioni del Codice, associate a donazioni di sostituti di latte materno e accessori connessi. Tali violazioni sono state perpetrate da ONG nazionali ed internazionali, dai governi, dalle forze armate e da individui.

Si parla dell’Indonesia, ma non è che in altre parti del mondo la situazione dovrebbe essere molto diversa.
Si parla anche di luoghi comuni che riguardano l’allattamento in situazioni limite come, per esempio, lo stress, la malnutrizione materna, la violenza sessuale, l’Hiv.
In estrema sintesi il concetto è che l’allattamento al seno è fondamentale in situazioni fisiologiche, ma può salvare la vita di un neonato o di un bambino piccolo in situazioni di emergenza. Diffondere le informazioni corrette a tutti i livelli coinvolti nella gestione di un’emergenza diventa essenziale nei momenti di necessità.


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Avere la possibilità di crescere in una famiglia bilingue è un’opportunità che sarebbe un peccato sprecare. Eppure ancora oggi persistono molte perplessità riguardo al fatto di offrire ai piccoli l’apprendimento di due linguaggi contemporaneamente. Molti temono che i bimbi apprendano più lentamente, che facciano confusione, che abbiano poi maggiori difficoltà al momento di andare a scuola. Ma non è così. Sono molti ormai gli studi che dimostrano in maniera piuttosto chiara quanto l’apprendimento bilingue non costituisca affatto un motivo di difficoltà, ma piuttosto un vantaggio rispetto alle famiglie monolingui. Se fino ad ora si è lavorato soprattutto sull’esclusione degli svantaggi, poco si era dimostrato sugli effetti positivi del bilinguismo per i bambini piccoli. E’ di questi giorni, invece, la pubblicazione su Science di uno studio condotto a Trieste dai ricercatori della Sissa (scuola internazionale superiore di studi avanzati) del settore neurocognitivo su un gruppo di bambini di età inferiore ai 12 mesi. I ricercatori, diretti da Agnes Kovacs e Jacques Mehler, hanno dimostrato che i bimbi cresciuti in ambienti bilingui diventano più flessibili nell’apprendimento rispetto ai bambini monolingui, quando si trovano di fronte a stimoli di tipo linguistico.

Ai bambini, scelti tra famiglie monolingui e bilingui, sono stati proposti due gruppi di parole dalla struttura simile, ma con piccole differenze. Su uno schermo venivano presentate parole di tre sillabe come lo-ba-lo (ABA) o lo-lo-ba (AAB) seguite da pupazzetti sul lato destro o sinistro dello schermo a seconda della struttura della parola. A seguire si proponevano ai bimbi parole che non avevano mai sentito ma che corrispondevano a una delle strutture presentate, senza mostrare alcun pupazzetto. Gli autori hanno così potuto valutare se i bimbi avessero appreso le strutture osservando se lo sguardo del bambino andava a cercare il pupazzetto sullo schermo nella giusta direzione.

Le conclusioni dello studio suggeriscono che l’esposizione a diverse lingue può costituire un vantaggio per i bambini bilingui rispetto ai monolingui e che può aumentare la flessibilità della mente infantile nel comprendere le strutture dei discorsi oltre che un migliore controllo degli scheletri linguistici di diversi linguaggi contemporaneamente. In sostanza, non solo apprendere due lingue in contemporanea non comporta alcun tipo di svantaggio nei confronti dei bimbi monolingui, ma costituisce un elemento a favore dello sviluppo linguistico-cognitivo che, alla lunga, potrebbe avere benefici di un certo peso, quando, per esempio, si tratterà di apprendere nuove lingue a scuola o anche di applicare la flessibilità delle strutture linguistiche ad altri modelli di linguaggio (penso ad esempio ai linguaggi di programmazione informatica, o alla comunicazione non verbale). Tutti campi da esplorare.


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