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La nanetta impegnata in BLW

La nanetta impegnata in BLW

Avevo già parlato qualche tempo fa, in merito al libro di Piermarini “Io mi svezzo da solo”, della mia volontà di tentare, per la seconda figlia, un tipo di svezzamento diverso da quello generalmente proposto dai pediatri da una trentina d’anni a questa parte. Dopo aver letto il libro ero ancora più convinta del fatto che si potesse evitare lo “stress” da svezzamento, anche perché già con la prima bambina le cose erano andate in maniera piuttosto naturale. Mi affascinava, però, l’idea che fosse il bimbo, così come nell’allattamento, a decidere tempi, modi e alimenti e non i genitori. Guarda un po’… anche la mia pediatra si sta occupando proprio in questo stesso periodo di studiare il metodo di svezzamento che gli anglosassoni chiamano “baby-led weaning“. Così, quando la pupetta raggiunge i sei mesi e comincia a dimostrarsi piuttosto affascinata da quello che mettono in bocca i genitori, bastano cinque minuti di conversazione con la nostra amata doc e voilà… il gioco è fatto. Anche noi baby led weaning.
Mi informo un po’, leggo qua e là, partecipo a qualche discussione sul bellissimo forum (in inglese), ma soprattutto mi diverto un sacco a guardare le foto dei bambini. E cominciamo.
Sono passati tre mesi, la bambina ora ne ha quasi nove. Mi sembra un buon momento per fare un piccolo bilancio e un resoconto dell’esperienza.
Faccio, come sempre, un paio di premesse, così tanto per inquadrare un po’ meglio la situazione. Il BLW è una figata! E questa è la prima premessa. La seconda è: il BLW non è per tutti. E questo l’ho spiegato anche alla nostra pediatra. Non ancora, e non in Italia almeno. Vediamo i perché di entrambe le cose.
Innanzitutto in cosa consiste il BLW. Faccio un super riassunto, perché chi è interessato troverà parecchio materiale in giro per la rete da cui trarre informazioni più dettagliate o, eventualmente mi può contattare direttamente per ricevere ulteriori spiegazioni. La base concettuale è la stessa che sottende al libro di Piermarini ovvero: i bambini sono il centro gravitazionale del loro approccio all’alimentazione, non i genitori. Perciò, soprattutto se si ha già familiarità con l’allattamento a richiesta, non è difficile rendersi conto di come un piccolo ci sappia guidare in maniera saggia verso l’approccio con gli alimenti integrativi.
Esistono alcune differenze tra quanto afferma Piermarini e l’approccio del BLW così come lo abbiamo affrontato noi. Per dirne solo una, che sono certa tranquillizzerà un po’ le mamme più apprensive, si cerca di introdurre i cibi uno alla volta per verificare eventuali allergie. Ma non certo con i tempi definiti dalle tabelle a cui siamo abituati.
Allora, si parte. Il bambino, per cominciare, deve saper stare seduto da solo e dimostrare un certo interesse al cibo, altrimenti non è pronto e si aspetta ancora un po’. Noi iniziamo quando la piccola ha poco più di sei mesi. Si siede al seggiolone a tavola con noi e prova. Quando abbiamo cominciato era inverno e sulla nostra tavola abbondavano verdure tipo broccoli, cavolfiori e amenità di questo tipo. Abbiamo iniziato con i broccoletti. Cotti al vapore, facili da afferrare, il bambino deve poter prendere in mano da solo il suo cibo e portarlo alla bocca. Un fiore intero di cavolfiore o di broccoletto, mezza carota o mezza patata, una coscetta di pollo parzialmente spolpata, sono comodi da afferrare e, cotti per esempio al vapore, hanno una consistenza giusta per le gengive. E qui viene il bello… Siamo abituati a pensare che il bambino debba mangiare solo cose frullate, passate, pestate, spiaccicate. Invece no! A sei mesi, o quando si dimostra pronto, il bimbo è perfettamente in grado di usare le gengive per triturare da solo pezzetti di cibo. Non ci credete? Non ci credevo tantissimo nemmeno io. Ma è vero. Solo, bisogna essere capaci di mantenere la calma e di avere fiducia quando, ai primissimi tentativi, il bambino sembra soffocare e produce suoni non proprio rassicuranti. Non temete, non ho torturato mia figlia. Il bimbo non soffoca affatto, semplicemente non è abituato alla consistenza dei cibi solidi e quando questi vengono a contatto con l’epiglottide istintivamente il bimbo tossisce o ha riflessi simili a conati, che gli servono a liberare le vie respiratorie. E’ fisiologico, non è pericoloso e, anzi, serve al bambino ad imparare. E’ solo una fase e dura piuttosto poco, almeno nel nostro caso è stato così.
Bastano poche settimane e il bambino sviluppa un’autonomia e un’indipendenza a dir poco stupefacenti. Noi abbiamo imparato un sacco di cose su nostra figlia. Abbiamo imparato che le piace farsi riempire di cibo un cucchiaino e metterselo in bocca da sola. Quando è pulito ce lo restituisce, quando non ha più fame lo butta. Abbiamo capito immediatamente che cosa le piace e cosa no (pochissime cose, a dire il vero, tra cui la banana che tutti pensano sia la preferita dei bambini). Gestisce da sola le quantità di cibo che ingerisce, sa sputare quando ha la bocca troppo piena, sa masticare quando i pezzetti sono troppo grossi e, se proprio è in difficoltà, apre la bocca e lascia che la aiutiamo. Cosa mangia? A nove mesi: tutto. Sì, tutto quello che mangiamo noi. Pasta (poca perché a me non piace ehehe), riso, legumi, carne, pesce, pomodori (sì… anche i pomodori), pizza, grana, yogurt, frutta e verdure di ogni tipo. E tutto esattamente come lo mangiamo noi, con i nostri condimenti, le nostre spezie (che uso in modo un po’ più morigerato del solito), il nostro sale (pochissimo anche per noi).
Già così, si capisce perché il BLW è una figata. Niente pappe, niente brodino vegetale, niente tabelle da seguire pedissequamente, niente sedute interminabili al seggiolone, niente frullatore. Solo pranzi e cene in famiglia, con una boccuccia in più da sfamare. E’ bello perché si assiste allo sviluppo del senso del gusto, del piacere di mangiare, di condividere il cibo con i grandi, perché si vede il proprio bambino esprimersi in maniera libera, mostrare il proprio carattere, le proprie preferenze. E’ bello perché l’alimentazione del bambino non viene gestita come un “problema”, ma come un piacere, un fatto naturale. E’ bello perché è, a mio avviso, il naturale sbocco di un allattamento a richiesta e di una “politica” educativa basata sulla libera espressione del bambino e sulla fiducia nelle sue abilità, nelle sue capacità di riconoscere i propri istinti primari: la fame, la sete, il sonno, il bisogno di affetto.
Adesso vi dico perché non è per tutti. Ci vorrà parecchio tempo perché il BLW si affermi anche in Italia. I motivi sono evidenti: innanzitutto la perdita di controllo. Le mamme italiane sono spesso talmente ossessionate dalla necessità di controllare tutto che a volte si preferisce il biberon al seno solo perché nel biberon si vede quanto il bambino mangia. Se poi si lascia che il bambino mangi da solo anche i cibi complementari, il controllo sulle quantità non esiste e questo può essere fonte di ansia. Va da sé che i bambini tendono a mangiare quantità decisamente inferiori a quelle che generalmente le mamme riescono a dare loro con il metodo “tradizionale”.
Ancora: perché si possa realizzare con successo il BLW è necessario… cucinare! Sì, è necessario che questo avvenga in una famiglia dove si mangia in maniera sana ed equilibrata almeno due volte al giorno. Sembra idiota? No. Non lo è. Conosco diverse famiglie in cui i fornelli vengono accesi solo il sabato e la domenica (se non si va al ristorante) e dove il resto dei giorni l’alimentazione è delegata alla mensa scolastica per i bambini cresciutelli. Il pranzo scolastico diventa praticamente l’unico vero pasto. Per il resto: merendine al pomeriggio e piatti pronti surgelati e scaldati al microonde la sera. In una famiglia così organizzata è impensabile proporre il BLW per un bambino di sei mesi. Meglio le pappette e gli omogeneizzati. Baby led weaning significa sì far partecipare il bambino all’alimentazione della famiglia, ma non quando questa è costituita principalmente da patatine e piatti riscaldati.
Ancora: il BLW è una cosa sporca. Sporchissima. Mettete un bimbo di 6 mesi davanti a un piatto con del cibo e troverete il suddetto cibo in qualsiasi angolo più recondito della stanza in cui si trova il bimbo. Senza contare che dopo il pranzo o la cena dovrete probabilmente cambiare il pargoletto da capo a piedi e immergerlo in una vasca da bagno. Noi abbiamo ovviato cercando di utilizzare vestitini non proprio di pregio al momento del cibo (e adesso che fa caldo di non utilizzarli proprio). Se poi si vuole essere precisi precisi, allora si può anche mettere un bel telo sotto il seggiolone in modo da raccogliere tutto in un colpo solo quando il pasto è terminato.
Per quanto mi riguarda, per come sono fatta io e per come gestiamo la nostra organizzazione familiare, il BLW è fonte di grandi soddisfazioni, di zero ansie e stress e di grande divertimento a tavola. Inoltre, posso tranquillizzare quelli che già stanno pensando a reazioni allergiche, carenze vitaminiche, squilibri alimentari vari… che questi problemi non si pongono minimamente. Un bimbo sano, allattato felicemente in modo esclusivo fino ad almeno sei mesi è perfettamente in grado di mangiare e digerire qualsiasi alimento. Il Blw non impedisce di introdurre i cibi in maniera graduale, uno dopo l’altro, per identificare eventuali allergie, che poi non è che siano così tante come si crede. Magari si fa un po’ più di attenzione con certi tipi di frutta, con il pomodoro e l’uovo, ma senza troppe ansie. Non c’è bisogno di aspettare i due anni d’età, né di dargli un alimento solo per settimane prima di introdurne uno nuovo. Questo è un metodo necessario quando si svezzano i bambini a quattro mesi, ma dopo i sei le cose sono totalmente diverse. Per quanto riguarda le quantità: il bambino mangia quando ha fame e smette quando è sazio. A volte basta una pennetta o due cucchiaini di riso, a volte ci vuole mezzo piatto. Il fatto che a nove mesi mia figlia pesa circa dieci chili potrebbe costituire un elemento rassicurante, ma non serve neppure avere figli grassi per fidarsi sul fatto che siano perfettamente in grado di sapere quando mangiare e quando smettere di farlo. E poi c’è il latte, tanto, sempre, ogni volta che vuole.


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A otto mesi e molta ciccia la mia seconda bimbetta non ama molto andare a quattro zampe. Ci prova, ci riprova, poi si spiaggia pancia a terra e piange. Le piace molto di più stare in piedi, così ha le mani libere per acchiappare tutto quello che vede e cercare di farlo a pezzi. Con la prima nanetta la cosa era stata piuttosto semplice. Un giorno, intorno ai sette-otto (ma la mia memoria non è molto precisa in queste cose) ha iniziato a gattonare. E’ diventata sempre più brava e veloce. E non è che avesse tutta questa fretta di alzarsi e camminare. Pensavo che il fatto che entrambe le mie figlie trascorrono moltissimo tempo sul pavimento avrebbe reso ovvia questa fase per tutte e due allo stesso modo. Ma no. Allora ho dato un’occhiata in giro per capire come funziona davvero questa storia del gattonamento.
Non ho scoperto cose particolarmente illuminanti. Innanzitutto, che gattonare fa bene. Nessuna novità. Ma la Rete abbonda e ridonda di siti che elencano i benefici del gattonamento . Oltre ai benefici fisici, si elencano anche quelli emozionali e psicologici, che qui riassumo sommariamente: 1. nuovo modo di relazionarsi ai genitori 2. scoperta di cose che esistono lontano da lui/lei 3. orientamento nel suo ambiente di vita 4. maggiore attenzione a ciò che li circonda 5. necessità di prendere decisioni 6. mantenimento di una meta precisa 7. intensificazione delle emozioni.
Dal punto di vista fisico: fin dai primissimi istanti di vita il bambino inizia a muovere gli arti e – se gli fosse permesso – si arrampica istintivamente sul ventre materno per raggiungere il capezzolo. Nei mesi successivi, il bambino continua ad allenarsi agitando braccia e gambe e scalciando. Le connessioni dei suoi giovani motoneuroni si affinano, i movimenti iniziano ad essere sempre meno casuali, i muscoli cominciano a rafforzarsi. A quattro-cinque mesi comincia a stare seduto e, se lasciato a pancia in giù, muove le gamba e le braccia preparandosi a “strisciare” verso l’obiettivo. E’ il prologo del “quattro zampe”, fase che, parlando sempre in linea generale e piuttosto teorica, dovrebbe arrivare intorno agli otto-nove mesi. Questo dicono i manuali. Dicono anche di quanto l’andatura a quattro zampe sia importante per il corretto sviluppo della colonna vertebrale, per il rafforzamento muscolare degli arti e anche per la libera esplorazione dell’ambiente da parte del bambino. Ma allora perché i bambini che gattonano diventano sempre meno?

Qualcuno dice che è una sorta di spinta evolutiva. Altri dicono che è principalmente un fatto culturale. Vi consiglio, a questo proposito, di leggere quello che scrive il pediatra Roberto Albani sul fatto che bambini italiani sembrano aver perso questa abilità in misura molto superiore rispetto ai loro coetanei di altre parti del mondo.Trovo le considerazioni di Albani piuttosto veritiere e condivisibili, ma… non del tutto, vista se non altro la mia esperienza personale. Comunque, non ho ancora ceduto le armi e siccome ci tengo davvero che la mia piccoletta esplori il suo mondo a quattro zampotte, anche perché non mi ci vedo a girare piegata in due per casa già a partire dagli otto mesi d’età, ho dato ancora un’occhiata in giro e ho trovato anche qualche consiglio per cercare di “aiutare” i bambini meno inclini al gattonamento.  Per esempio questi sul sito della Leche League o questi altri su Raise smart kids.

Oltre ai piuttosto ovvi consigli di lasciare i bambini liberi di stare seduti/stesi a terra, di non costringerli in abiti scomodi, di non mettergli scarpette prematuramente, almeno in casa, ci sono anche altre idee carine tra cui alcune che vorrei sperimentare e sulla cui efficacia riferirò. Mi piace, ad esempio, l’idea del “roller”, un cilindro o una palla o un cuscino rotolante, insomma qualcosa da piazzare tra la pancia del pargolo e il pavimento, a una misura che gli permetta comunque di mettere i gomiti a terra, che lo sostenga e lo aiuti ad avanzare verso una meta precisa (per esempio la faccia della mamma o del papà).
Altri invitano ad avvolgere la pancia dell’apprendista quadrupede con un lenzuolo sostenendolo nei suoi tentativi. Proverò. La mia è una questione aperta su cui non intendo cedere. E poi, in caso, scriverò una mail ad Albani…


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Eccoci nella nuova casa. Un vestitino tutto nuovo, una bella piattaforma solida solida, e il solito blog di sempre. Oggi, guardando le farfalline, il rosso e tutto il resto mi sono trovata a riflettere su come – nemmeno troppo tempo fa – la mia vita fosse costellata di traslochi. In certi periodi erano talmente frequenti che non mi prendevo neppure la briga di svuotare tutte le scatole e preferivo tenere i vestiti in valigia piuttosto che in un armadio. Mi piaceva il senso di provvisorietà, e un po’ mi mancava quella sensazione di movimento continuo. Così mi fa piacere riviverla in piccola scala, almeno sul piano virtuale.
Riflettevo anche sul fatto che questo blog esiste da quattro anni! Mica poco. In questo tempo sono successe tante cose, la nanetta è diventata grandicella, è nata un’altra bambina, io ho ripreso a studiare… insomma un bel po’ di cose.
Ma questo blog è rimasta una sorta di costante. E mi sono anche chiesta come mai. Come mai un tipo come me, assolutamente incapace di mantenere a lungo l’attenzione focalizzata su una singola cosa, sia riuscito a mantenere in vita un blog per quattro anni e a non essersi ancora stancata di farlo. E mi sono data anche alcune risposte: per esempio, tenere una sorta di diario della propria esperienza di genitore è un buon modo per guardarsi con un certo distacco e capire alcune cose di se stessi. Poi, il rapporto con gli altri, il confronto, a volte il dibattito anche acceso su temi che improvvisamente sono diventati per me molto importanti sono stati fondamentali per imparare, anche per mettermi in discussione, per avere un impulso ad informarmi di più a conoscere di più e per comprendere le posizioni altrui.
E allora mi capita spesso di leggere qualcosa da qualche parte, o di sentire un commento, o di vivere una situazione e di provare immediatamente l’impulso di scrivere un post, e vedere cosa ne pensate voi, che venite qui spesso o capitate per caso. Perché è questa la cosa più bella di questo blog, il fatto che un post è un lavoro in divenire, un pensiero che continua ad evolversi e a diventare qualcosa di diverso da com’era quando è partito dalla mia mente.
Perciò stavolta trasloco e apro tutti gli scatoloni e metto anche i vestiti nell’armadio. Mi siedo in salotto e vi aspetto.
Benvenute/i nella mia nuova casa!


Da quando è iniziato il secondo semestre all’università la mia vita familiare è diventata un costante tentativo di conciliare lo studio, la frequenza obbligatoria, le ore in ospedale, con la cura delle bimbe, l’allattamento della piccolissima, gli impegni del papà, l’assenza di un contorno familiare che possa dare una mano. Ultimamente le cose stanno diventando un pochino più facili visto che la piccolissima comincia a cavarsela allegramente per qualche ora da sola col padre e che ha iniziato l’alimentazione complementare che, al momento, più che alimentazione è un passatempo. Altrimenti… non c’era alternativa. O perdere completamente l’anno accademico, cosa che mi sarebbe assai dispiaciuta, o frequentare con nanetta a carico. Nel senso letterale del termine. Ho pensato… perché no? Se da fastidio esco, che problema c’è? E così mi sono presentata a lezione (tra l’altro l’aula si trova in clinica pediatrica) con il mio fagottone (chiamarla fagottino con nove chili di peso mi sembra eufemistico) appeso nel marsupio, una buona dose di giocattolini, l’arma segreta sempre pronta – la sisa – e qualche compagnuccio e compagnuccia di scuola carini e disponibili a intrattenere la bimbetta in caso di necessità.
Passato il primo momento di imbarazzo generale, posso dire che ha funzionato, e anche piuttosto bene. La piccola non ha disturbato le lezioni più di quanto possano fare un’ottantina di adolescenti in piena tempesta ormonale primaverile, i professori hanno accettato con disponibilità e sorrisi la nuova studentessa e io sono riuscita a riprendere i contatti con l’università, con la routine delle lezioni, con le materie di quest’anno. Per l’ospedale, invece, l’aiuto del padre è stato imprescindibile, ma per fortuna le ore non sono ancora molte.
Il succo della questione però, è questo. Ci sono un sacco di cose che si possono fare con i bambini piccoli a seguito. Tra queste anche andare a lezione all’università. O andare in ufficio, per esempio. O andare a una seduta del parlamento europeo. Sì, si può fare e si fa. Guardate la foto. E’ la deputata danese (se non ci pensano i nordici) Hanne Dahl con la sua figlioletta, che fa il suo mestiere di deputata senza rinunciare a stare con la sua bambina. Mica male come esempio no? Scommetto che qualcuno sta pensando che per i bambini sia una sorta di tortura o di orrida imposizione seguire la madre in queste attività. Io non credo proprio. Quando sono cosi piccoli si suppone che siano allattati dalla madre, si suppone che sia della sua presenza che abbiano fondamentalmente bisogno e che di quello che sta attorno in sostanza se ne freghino altamente. Quando sono un po’ più grandini tipo la mia -  che aveva meno di sei mesi quando è venuta a lezione la prima volta – si è goduta il cambiamento di panorama come una qualsiasi gita fuori casa, rassicurata dalla mia costante presenza, divertita dalle attenzioni che le venivano rivolte dagli altri. Nessun trauma, dunque, nemmeno una minuscola lacrima. Sarebbe andata così se l’avessi lasciata a casa anche con il papà e con un biberon? O con una baby sitter? O al nido? Sarebbe opportuno che si riflettesse su questo fatto per cercare di modificare radicalmente la tradizionale politica di sostegno alle famiglie. Si potrebbe smettere di parlare solo di aumento di posti agli asili nido – che sono per molti un’inevitabile necessità, ovviamente – e cercare magari di sostenere non solo gli asili aziendali, ma la presenza dei bambini lattanti accanto alla madre lavoratrice, dovunque sia possibile, per esempio attrezzando una stanzetta per l’allattamento e il cambio. Ma soprattutto smettendo di considerare i piccolissimi un fattore di disturbo, quando invece si potrebbe in questo modo ottenere un rientro più soft delle neomamme e una maggiore concentrazione sul lavoro, senza il pensiero di orari del nido, del bimbo in lacrime in braccio ad estranei, degli orari serrati da rispettare…Se Hanne Dahl lo ha fatto, se io lo faccio, altre  sicuramente lo stanno facendo… allora si può fare! Basterebbe un minimo aiuto…


Lo so per certo, perché è del mio parto che parlo. Ho deciso di raccontare ora, che sono passati quasi sei mesi, la mia esperienza di parto cesareo perché ho seguito con molta attenzione il dibattito che si è aperto in coda al post sul piano del parto 3 (dove si parla, tra l’altro, di epidurale). Tra le varie questioni affrontate nei commenti ho visto anche molte domande, dubbi, paure, riguardanti il cesareo, tipologia di parto con cui a quanto pare devono fare i conti più di 3 donne su 10 nel nostro paese. Anche qui voglio fare alcune premesse. Primo: inizialmente avevo deciso di partorire a casa, ma la mia bambina è stata sempre podalica. 2. ho fatto di tutto per tentare di evitare il cesareo, anche il rivolgimento manuale. 3. ho portato la gravidanza a termine e ho partorito dopo aver fatto un minimo di travaglio e dopo che, spontaneamente, mi si era rotto il sacco. Questo per chiarire che al cesareo non ci tenevo affatto, anzi, volevo evitarlo a tutti i costi. E poi devo anche ammettere che, forse perché frequento un po’ le sale operatorie, i  bisturi non mi piacciono affatto e ho la profonda convinzione che “sotto i ferri” ci si debba andare solo quando è assolutamente necessario e inevitabile (insomma non mi farò mai una mastoplastica estetica). Di cesarei ne avevo visti alcuni e avevo una ricchissima e variegata collezione di racconti di amiche e conoscenti, tutti, dal mio punto di vista “eco”, piuttosto terrificanti. Quindi: stringo i denti per qualche giorno cercando di attendere il rientro dalle ferie del mio ginecologo che era l’unico essere al mondo che si fosse detto disponibile a tentare il podalico spontaneo. Alla fine il travaglio inizia alla grande e grazie al cielo (e agli aerei) il mio gine atterra a fiumicino proprio quando le mie contrazioni cominciano ad essere troppo frequenti per essere prodromiche. Andiamo in clinica. E qui altra parentesi. Ho partorito in clinica privata, malgrado sia profondamente convinta che l’assistenza sanitaria sia molto meglio lasciarla al pubblico. In questo caso, ho scelto spinta solo da due pensieri: quello di poter avere l’assistenza del mio ginecologo e quindi la chance di un parto “naturale” e quello di poter eventualmente avanzare alcune richieste precise in caso di cesareo. Devo dire che ho fatto bene. Alla fine la bimba era troppo alta per poter rischiare di proseguire il travaglio, e si è deciso di fare l’intervento. Niente in contrario, ovviamente. L’anestesista – e qui strizzo l’occhio a Leonessa – è stato bravissimo. Non ho quello che si dice una bella schiena, ma lui ha fatto centro al primo colpo, senza causarmi il minimo fastidio. Il mio ginecologo è stato un lampo. In pochissimi minuti la mia bambina era tra le mie braccia. E qui entro nel vivo del tema. Il mio medico mi conosce da svariati anni. In qualche modo è anche un mentore per me, visto che segue con interesse la mia “carriera” universitaria. Comunque, conosce i miei punti di vista, le mie convinzioni, pur non condividendone alcune. In ogni caso ci rispettiamo profondamente e ci prestiamo attenzione reciproca. Quindi, quando è nata la mia piccola mi è stata immediatamente messa accanto. E’ rimasta appoggiata a me per tutto il tempo necessario a calmarla e rassicurarla, e forse questo ha aiutato anche me a mantenere sempre un ritmo respiratorio e una pressione perfette e costanti. Mio marito ha potuto assistere a tutta l’operazione, il che mi è stato sicuramente di ulteriore conforto, così come la gentilezza e l’affabilità dell’ostetrica e le spiegazioni costanti e precise dell’anestesista. Insomma, tutto si è svolto in maniera più “umana” possibile, permettendomi il massimo della partecipazione che la situazione consentiva e dandomi comunque la sensazione di aver avuto parte attiva alla nascita di mia figlia. Al termine dell’operazione, la bambina e io siamo state separate solo per pochi minuti.  Poco dopo essere stata portata nella mia camera ho potuto averla di nuovo con me e non siamo state più divise, perché avevo espressamente fatto richiesta del rooming in 24 ore su 24. Quello che è seguito è un’altra storia, perché qui entriamo nel regno di competenza di un altro primario e la battaglia per far sì che rooming in e allattamento esclusivo fossero rispettati pienamente non è stata assolutamente facile. Ma per quanto riguarda il parto, posso dire di essere stata pienamente soddisfatta. Certo, non era minimamente quello che avevo immaginato e sognato, ma non assomigliava nemmeno ai racconti delle mie amiche o ai parti che avevo visto in ospedale. Questo significa che il cesareo non deve necessariamente essere un parto “disumano” in cui i genitori non hanno alcuna parte se non quella di abbandonarsi totalmente alle mani del chirurgo e dell’anestesista. E non è vero che un bambino nato da cesareo non può godere del contatto caldo del corpo della madre fin dal primo istante di vita; non è vero che la madre non è in grado di occuparsene adeguatamente nelle ore immediatamente successive e non è vero che le regole per un corretto avvio dell’allattamento  non possono essere rispettate anche in questa situazione. Tutto si può fare, a patto di avere un’organizzazione che lo consenta. Il personale medico deve capire che un parto cesareo non è un’operazione chirurgica come le altre. Qui non si tratta di aggiustare qualcosa e ricucire. Vi sono implicate delle condizioni affettive diverse rispetto ad altri interventi, condizioni che devono essere rispettate perché sono importanti nell’avvio del rapporto tra mamma e bambino e, perché no, anche del padre. Per quanto riguarda le cure neonatali, poi, la maggior parte degli ospedali (e delle cliniche) separa immediatamente il bambino dalla madre perché – questa almeno è la motivazione che ho sentito più di frequente – la sala operatoria è certamente più fredda rispetto a una stanza normale o alla sala parto. Ma basta coprire la testa del bambino con una cuffietta e avvolgere il corpo di mamma e figlio con un lenzuolo pesante. Al resto ci pensa il calore del corpo materno e la temperatura del bambino è assicurata. Infine, è vero che le ore immediatamente successive al parto sono per la madre piuttosto dure. Il catetere, l’agocannula, il dolore, la posizione supina obbligata sono tutti fattori che non aiutano certo a prendersi cura di un neonato. Ma se è adeguatamente assistita, la mamma è perfettamente in grado di superare le difficoltà. Per quanto mi riguarda, posso dire che le ore successive al termine dell’efficacia dell’anestetico sono state piuttosto pesanti da sopportare. Ma – e qui leonessa potrebbe aiutarmi – l’anestesista aveva bilanciato perfettamente le dosi di antidolorifico in modo da aiutarmi nel momento in cui ne avessi avuto più bisogno, ossia durante la notte, ma senza esagerare. Io sono stata fortunata, perché ho avuto la possibilità di avere a fianco una persona che mi ha aiutato per tutta la notte a sollevare la bambina dalla culla quando piangeva o a spostarmi per avere una posizione più comoda possibile per allattare. Se avessi dovuto contare solo sull’assistenza delle suore (eh, sì era una clinica di suore…) col cavolo che avrei potuto tenere la piccola con me. Ma so per certo che in alcuni ospedali (anche pubblici) il rooming in anche per chi ha avuto il cesareo è caldamente consigliato e c’è personale disponibile a fornire aiuto notturno alle madri. Insomma, da ecomamma posso dire che il cesareo è e deve restare una pratica da effettuare solo quando sia veramente necessario (insomma non per pianificarsi le ferie) ma che, quando è inevitabile, non è detto che debba essere una resa totale all’artificialità della nascita. Anche il cesareo può essere umano. Basta volerlo.


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