Ecomamma

Una fabbrica in provincia di Padova applica un modello ‘rivoluzionario’ (ma ci sono Paesi dove questa ‘rivoluzione’ è ormai storia consolidata): l’azienda fissa le necessità produttive, gli operari, ogni due mesi, comunicano la loro disponibilità di orario e un software incrocia le esigenze, creando turni e dando fiato alla vita privata. Risultato? Tutti più felici e produttivi.

Luca Bettio, delle Rsu, racconta: “Ci abbiamo guadagnato tutti. Abbiamo abolito lo straordinario, strumento in mano ai capetti, e l’abbiamo sostituito con un premio per la flessibilità. Così ognuno può bilanciare la sua vita familiare con quella della fabbrica, e in tempi di asili che chiudono e di anziani da accudire non è poco”.

Le implicazioni per le neo e meno-neo mamme sono evidenti. Resta proprio da dire: ci voleva tanto? L’articolo su Repubblica.it


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In una società dove per allattare bisogna trovare dei validi motivi, quello della perdita dei chili guadagnati in gravidanza sembra essere una delle ragioni più convincenti. Ne parla il New York Times proprio in questi giorni facendo presente come molte madri sono affascinate dalla possibilità di tornare in forma più velocemente dopo il parto grazie all’allattamento al seno. Ovviamente, anche su questo punto la discussione è aperta tra chi sostiene che allattare fa miracoli sulla linea, chi dice che fa aumentare la fame e quindi fa ingrassare e chi dice che non fa proprio niente.
Da parte mia, posso propormi come elemento probante, visto che complessivamente ho allattato per tre anni e mezzo e ancora lo sto facendo.
Nel mio caso, allattamento e dimagrimento sono andati di pari passo e, mentre scrivo (con una mano sola, perché sto allattando ;) ) indosso una quaranta e peso circa 50 chili. Ma…
1. Prima di restare incinta il mio peso normale si aggirava intorno ai 50-52 e non ho mai superato una 42.
2. in gravidanza ho acquistato tra gli 11 e i 13 chili la prima volta e poco più di nove la seconda.
3. Ho una dieta variata, sana, equilibrata, bevo molto e mi muovo tantissimo, pur non trovando più il tempo di fare un’attività sportiva vera e propria.
4. Allatto a richiesta
Secondo me, questi fattori, tutti insieme, stanno alla base del fatto che dopo il parto sono dimagrita molto velocemente. Se dovessi basarmi esclusivamente sul fatto che allattare mi fa bruciare 5-600 calorie in più rispetto al normale, non credo che avrei ottenuto gli stessi risultati. Se andiamo a guardare le testimonianze di chi dice che allattare fa ingrassare troveremo facilmente che si tratta di donne che, sulla base del fatto che allattano (e quindi consumano di più) mangiano molto più del normale. C’è poi una percentuale di donne che dopo il parto, anche a causa di uno stato umorale alterato (se non vogliamo parlare di depressione post-partum), eccede nel cibo e fa una vita molto sedentaria. Inoltre, un conto è perdere i 9-15 chili che sono considerati la crescita “fisiologica” di una donna incinta di normale costituzione fisica, un conto è smaltire 20-25 chili o più magari su un fisico già sovrappeso. Insomma, allattare fa consumare di più, su questo non c’è dubbio. Allattare a richiesta, senza orari e senza limiti comporta anche una certa dose di sforzo fisico che complessivamente brucia una discreta quantità di calorie. Ma se – come fa il NYT – si utilizza come termine di paragone una tipo Angelina Jolie… beh, non è che allattare possa di per sé compiere il miracolo! Anche se sono ragionevolmente convinta che allattare, con un regime alimentare e uno stile di vita sano, possa aiutare la donna a recuperare velocemente il proprio peso pre-gravidanza (non quello di Angelina Jolie), mi sembra che sia piuttosto inutile spingere su questi argomenti per promuovere una pratica che dovrebbe avere come unica motivazione il fatto di essere il modo in cui i mammiferi nutrono i propri figli. Ancora, percepisco in questa attenzione alla questione del dimagrimento ancora una volta una forma di pressione verso la donna che considero fastidiosa e inaccettabile. Una donna che ha affrontato una gravidanza e un parto dovrebbe avere il diritto di godersi almeno qualche mese di pace con il suo cucciolo, senza doversi preoccupare di rotolini di ciccetta molle sul ventre e sui fianchi, o di non riuscire ad entrare nella lingerie di pizzo della luna di miele. C’è un tempo per ogni cosa. E mica l’ho detto io.


Girellando per la Rete questa mattina mi imbatto in un titolino che mi fa, ovviamente, rabbrividire (si fa per dire… qui fa piuttosto caldino ;) ).
Il titolo dice: genitori e figli insieme per soli 45 minuti al giorno. Il sito su cui leggo la notizia è uno di quelli che di solito mi dà spunti interessanti e che generalmente dimostra anche una certa capacità di selezione. Perciò clicco sul titolo e dò un’occhiata. Scopro che stiamo parlando di genitori e figli brittannici. La cosa non mi consola granché visto che la globalizzazione non ha bisogno certo del tunnel sotto la Manica per portare in giro certe abitudini. Leggo che un sondaggio ha appurato che 45 minuti sono il tempo medio che i genitori trascorrono con i loro figli nel corso della giornata. Inoltre, questi minuti sono quasi sempre spesi mangiando o guardando la Tv. Triste quadretto. Ma… Dopo i primi venti secondi di indignazione mi chiedo: ma chi l’ha fatto questo sondaggio? Dove è stato pubblicato? quanti anni hanno i figli in questione? La fonte è indicata ed è… Pianeta Donna! Boh. Clicco. In effetti qui c’è un bell’articolone su questo fantomatico sondaggio, ma le domande che mi ero fatta al primo passaggio rimangono insolute. Anche pianeta donna si pregia di indicare la fonte: DailyMail. Allora… il dailymail è più o meno la versione digitale di quei giornaletti di cui rigurgitano le edicole britanniche che mettono insieme notizie dei flirt della famiglia reale, avvistamenti alieni e orribili virus venuti dal passato.
Può darsi anche che sia vero che 45 minuti è il tempo mediamente trascorso insieme da genitori e figli. Non mi stupirebbe molto. Ma trovo profondamente scorretto riportare una notizia senza verificare che abbia un minimo di fondamento e di costrutto all’interno di un sito che vuole porsi come punto di riferimento e di raccolta delle informazioni che riguardano un modo “naturale” di intendere l’essere genitori.
Naturale sì, ma onesto pure.
Per ora mi riservo di continuare ad illudermi che genitori e figli trascorrano insieme qualcosa in più di 45 minuti davanti alla Tv. Fino a quando qualcuno non mi dimostri, con un certo metodo, il contrario.


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Ci sono delle notizie che non sembrano di per sé molto importanti, ma che per qualche motivo mi aprono uno squarcio su qualcosa che era rimasto come sopito da qualche parte, in attesa di una scintilla per poterne parlare. Questa è una di quelle.
Si parla di Sindrome di Tourette, disturbo neurologico dalle caratteristiche estremamente variabili e non sembre facili da codificare, ma che sembrano essere generate da alterazioni della trasmissione nervosa attraverso il circuito della Dopamina, un po’ come capita nel Parkinsons (ma in senso sintomatologicamente opposto) e in altri disturbi neurodegenerativi.
Uno dei sintomi più macroscopici della Tourette sono i tic motori, che possono variare in una scala enorme: da piccolissimi movimenti involontari, a una serie di tic che rendono quasi impossibile lo svolgimento di normali azioni quotidiane e la vita di relazione.
Alla sindrome di Tourette, però, è anche associata una forte componente creativa, tanto che si ritiene che molti geni artistici del passato e del presente fossero affetti da questo tipo di disturbo (per esempio Mozart).
Fino a qualche tempo fa si riteneva che la sindrome fosse piuttosto rara. Invece, e questa è la notizia che ha dato il la a questo post, sembra che sia molto più diffusa di quanto si ritenesse.
Negli Stati Uniti si arriva a stimare che da 3 a sei giovani su mille ne siano affetti, in misure diverse. Questo allargamento della stima di morbilità è ovviamente dovuto all’allargarsi della definizione di sindrome di Tourette da un quadro clinico estremamente serio a una variabilità molto maggiore, in cui sono inclusi sintomi non sempre di facile riconoscimento o di sicura attribuzione. Ma perché vale la pena di sottolineare questo dato? Innanzitutto perché la sindrome di Tourette si manifesta nella maggior parte dei casi in giovanissima età. La diagnosi viene spesso fatta su ragazzini di età compresa fra i 6 e i 14 anni. Si può solo immaginare che cosa possa significare per questi giovanissimi e per le loro famiglie avere a che fare con questo tipo di diagnosi. Il problema non è tanto la malattia in sé. I gradi di sintomatologia sono infatti talmente ampi che nella maggioranza dei casi non si tratta di problemi invalidanti. Ma parliamo comunque di ragazzini in età scolare, con esigenze particolari alle quali dubito che la scuola (e non solo quella italiana) sia preparata a far fronte. I bambini con sindrome di Tourette hanno un cervello vivace e veloce. Talmente veloce che funziona in maniera intuitiva, per associazioni rapidissime. Non è adatto all’apprendimento graduale e logico-associativo tipico dell’educazione scolastica tradizionale. E’ anche un cervello estremamente creativo. Talmente creativo da trovare in particolare nella musica, ma anche nelle arti figurative, non solamente importanti sfoghi dal potere terapeutico, ma vere e proprie espressioni di talenti geniali, di capacità fuori dal comune. Vi invito a guardare su Youtube il filmato relativo al rientro sulle scene di Nick van Bloss, talentuoso pianista britannico, affetto da una forma particolarmente feroce di sindrome di Tourette che sembra placarsi esclusivamente nel momento in cui il giovane mette le mani sulla tastiera del pianoforte.
Al momento non vi sono terapie specifiche risolutive per la sindrome di Tourette, anche se vi sono una serie di medicinali utilizzati per mitigare gli effetti collaterali del disordine della Dopamina, ossia i movimenti involontari e i tic nervosi.
Entrare nel mondo delle patologie nervose è, comunque, mettere piede in un territorio sconnesso e variegato, quasi totalmente ignorato dall’opinione pubblica, dalle strutture sociali e, in parte, anche dalla ricerca medicoscientifica. Ma se diamo ascolto a queste cifre ci rendiamo conto che non stiamo parlando di numeri trascurabili, non stiamo nel pure ingiustamente abbandonato settore delle “malattie rare”. Se ci limitiamo a pensare ai giovanissimi e mettiamo assieme il numero di ragazzini a cui viene diagnosticata una forma di autismo, la sindrome di Tourette o la sindrome da deficit dell’attenzione il numero sale vertiginosamente. E’ una grossa percentuale di figli, di studenti, di compagni di scuola che possiede un cervello che funziona in modo un po’ differente dalla massa. Che apprende in modo diverso, che si relaziona in modo diverso, che crea in modo diverso. Conoscere queste modalità, imparare che non si tratta di elementi pericolosi da emarginare e isolare, ma che potrebbero invece costituire un’occasione per ripensare la didattica in generale, la scuola, le strutture sociali destinate ai ragazzi, sarebbe un punto di partenza importantissimo non solo per i giovani che soffrono di questi disturbi, ma anche per tutti gli altri.
Ecco alcune risorse per conoscere un po’ meglio la sindrome di Tourette:
What is tourette syndrome?
Associazione sindrome di tourette
Tourette.it


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Adesso che lo hanno scritto anche i nostri giornali è ufficiale: anche i bambini italiani soffrono del problema del sovrappeso diffuso. Non che non si sapesse già, ma certe cose hanno bisogno di diventare notizie prima di essere reali. Sulla scia della discussione su cosa e quanto mangiano i nostri figli, mi preme segnalare l’iniziativa dell’associazione internazionale consumatori contro la diffusione del “cibo spazzatura”. Sì, perché se i bambini e i ragazzini sono sempre di più soggetti a problemi di peso con annessi e connessi la colpa non è soltanto di mamma e papà (un po’ si però), ma anche del fatto che sulla loro golosità ci guadagna e ci specula un intero sistema di industria alimentare e di marketing pubblicitario.
Su questo punto, la CI sta cercando di intervenire chiedendo all’Organizzazione mondiale della sanità di promulgare un codice internazionale che proibisca la pubblicizzazione di cibo dannoso per i ragazzi, in tutto il mondo.
Sul sito dell’iniziativa ci sono un sacco di informazioni interessanti, tra cui i nomi delle aziende che hanno maggiore interesse e traggono i maggiori profitti dalla diffusione capillare di cibi non proprio sani specificamente orientati al mercato dei bambini e dei ragazzi. Nessuna sorpresa, sono sempre gli stessi: coca cola, nestlé, kellog’s ecc..
Sempre la CI si è fatta promotrice di ricerche per verificare i contenuti dei cibi che vengono offerti al mercato dei più giovani. Uno dei prodotti più diffusi, i cereali, sdoganati come un sano inizio di giornata per bambini e adolescenti, si è rivelato una trappola di zuccheri.
Ecco alcuni dati: sono stati analizzati 10 prodotti internazionali per poter fare una comparazione tra diversi paesi. Il risultato è stato che tutti superano i limiti di zucchero raccomandabili, posti al 12,5% del peso dell’alimento. La maggioranza arriva addirittura oltre il 30% e in più ci sono zuccheri aggiunti come miele o cioccolato. Gli Smacks, Frosties, Chocos e Choco Krispies Coco Rocks di Kellogg’s e Chocapic, Cheerios, e Nesquik di Nestlé sono quelli con il massimo contenuto di zucchero tra le marche analizzate. In Europa, la media di zucchero contenuta nei cereali è del 32,9%, meno di quella nelle scatole vendute negli Stati Uniti (37,1%), America del sud (37,8%), Asia e Oceania (35%) e più di quella dei prodotti africani, dove non si supera il 27,3%.
Se da un lato i cereali peccano in eccesso di zucchero, per quanto riguarda le fibre accade l’opposto: sono a livelli bassissimi. Secondo lo studio, la fibra è scarsa nella maggior parte dei prodotti, soprattutto perché elaborati a partire da farine raffinate. Le marche che ottengono i valori peggiori per il contenuto in fibre sono: Kellogg’s Rice Krispies e Kellogg’s Frosties.
Perciò, a colazione, meglio pane e marmellata e una bella tazza di latte.
Nel frattempo, per chi ancora non è convinto che il problema sia di quelli che ci riguardano tutti da vicino, basta un dato. I bambini sotto i cinque anni che presentano problemi di peso in eccesso sono 22 milioni. Uno su dieci.


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