Umbilical_cord_just_born_1Ho appena fatto una scoperta: la Lotus Birth. Oddio, magari sono caduta dal pero e la conoscono tutti… ma per me è stata una sorpresa e ci sto ancora riflettendo un po’ su.
Per chi, come me, non sa assolutamente di cosa si tratta, la Lotus Birth è una pratica, messa a punto da una certa Clair Lotus Day, che porta all’estrema potenza l’idea del parto naturale.
Erano gli anni 70 quando la signora Lotus, pare dopo aver osservato il parto di alcune chimpanze, si chiese per quale motivo il cordone ombelicale venisse reciso non appena il bambino veniva espulso. La risposta fu: nessun motivo. E fin qui, nessuna novità. E’ cosa nota che la pratica di recidere il cordone troppo prematuramente non ha nessun fondamento medico se non la necessità di accelerare la "pratica" del parto o, eventualmente, di raccogliere il sangue cordonale.
Per il bambino, si tratta solo dell’ennesimo stress da nascita. Il cordone, infatti, continua a fornire sangue, e quindi ossigeno, ancora per qualche minuto dopo l’uscita del bambino dal canale del parto, il che consente al neonato di imparare a respirare con i polmoni mantenendo il "paracadute" della placenta che per nove mesi gli ha dato tutto quello di cui aveva bisogno. Insomma, un passaggio graduale dalla respirazione cordonale a quella polmonare è senz’altro più dolce di un brusco senso di soffocamento che costringe il piccoletto a spalancare la bocca e ingoiare fredda e bruciante aria a più non posso.
Ma la Lotus è andata un po’ oltre. Si è chiesta che cosa succede se il cordone non viene tagliato affatto, e ha voluto capire qual è il decorso veramente fisiologico del distacco dalla placenta. Risultato: ha partorito il suo marmocchio, ha espulso la placenta, dopo un po’ l’ha lavata accuratamente in acqua, l’ha avvolta in un panno, e la coppia placenta-bebé ha vissuto teneramente insieme per circa una settimana.
Ecco, in termini un po’ striminziti, la Lotus birth consiste più o meno in questo. Ma la Rete è piena di gruppi di discussione, libri e forum in cui se ne parla e si raccontano testimonianza di chi l’ha provata e la vorrebbe provare. A me, dico la verità, lascia un po’ perplessa. Faccio un po’ fatica a pensare a come gestire i primi giorni di vita di un lattante portandosi dietro una metrata di cordone e un organo in via di decomposizione. Non lo so… ma non credo che faccia per me.
Al di là di questo, però, l’interesse per la Lotus Birth si è diffuso anche in Italia e ha aperto un dibattito che va oltre alla specifica tecnica sollevando un aspetto interessante. Chi vuole partorire in questo modo senza rinunciare alla sicurezza dell’ospedale mette il personale sanitario in una situazione di forte imbarazzo. Si, perché la legge italiana tutela la proprietà dell’individuo sui propri organi, anche quelli asportati chirurgicamente, e definisce il diritto di ciascuno di deciderne la sorte. Per esempio, uno può benissimo portarsi a casa una provetta con il suo calcolo renale (de gustibus…) o le sue tonsille. Ergo… ogni donna dovrebbe poter decidere cosa fare della propria placenta e del cordone ad essa connesso. E questo sì che mi interessa. Perché credo sarebbe giusto che ogni donna sapesse che fine fa la placenta, se viene eliminata o se, invece, viene destinata ad altri usi (a me ha sempre dato un certo fastidio pensare che la mia placenta finisse sulla faccia rugosa di qualche signora sotto forma di crema) e magari dare o meno il proprio consenso, così come si fa per la donazione di altri organi. Mi piacerebbe provare a proporlo in qualche grande ospedale e vedere l’effetto che fa…