La depressione post-partum è una di quelle definizioni attorno alle quali si è creato un universo di miti, fobie, eccessi in entrambe le direzioni e luoghi comuni, fenomeno che, come spesso accade in questi casi, non fa che ridurre l’attenzione che si presta alla depressione post-partum in quanto tale.
La dpp è una patologia. E’ clinicamente definita in modo anche piuttosto chiaro ed è molto diffusa anche se molto spesso a soffrirne non sono le donne che i familiari e gli amici definiscono depresse…
Come tutte le depressioni, anche quella post-partum ha diversi modi di esprimersi, diversi livelli di gravità, diversi decorsi.
Un recente studio pubblicato su international Breastfeeding journal apre uno squarcio davvero interessante sulla comprensione di questo fenomeno che, in alcune società e contesti culturali, arriva ad interessare addirittura più del 50% delle puerpere.
Lo studio mette in relazione la depressione con stati infiammatori generalizzati, particolarmente frequenti nelle donne nell’ultimo trimestre di gestazione e nell’immediato post-partum.
Come sempre, il nostro corpo ha previsto una certa quantità di sistemi di autodifesa. Per esempio, l’allattamento al seno precoce e ben avviato è una buona ricetta per ridurre drasticamente i livelli di cortisolo (il cortisolo è direttamente connesso al livello di stress) e di citochine che provocano stati infiammatori sia nella circolazione materna sia in quella del neonato. Il risultato è un circolo virtuoso di madre/bambino soddisfatti e tranquilli che riescono ad affrontare le difficoltà dei primi tempi con una capacità anche endocrina di adattamento senza troppo stress.
D’altra parte, però, le difficoltà nell’allattamento, il dolore al seno, le alterazioni del ritmo sonno veglia possono essere fattori decisivi nello scatenare lo stato depressivo, mantenendo alti i livelli di cortisolo e citochine proinfiammatorie. Un altro motivo importante per fornire alti gradi di assistenza e sostegno alle madri (in particolare alle primipare) nell’ultimo trimestre di gravidanza e nel puerperio.
La stretta relazione tra stati infiammatori e stati depressivi viene messa in relazione anche con la quantità di movimento ed esercizio (da sfatare il mito che una donna che allatta non può fare esercizio fisico) e, ovviamente, con l’alimentazione.
Fondamentale sembra essere l’apporto di omega-3, molecole presenti in particolare nel pesce (salmone) e in alcuni vegetali. Proprio durante la gravidanza, però, le donne tendono a diminuire drasticamente le razioni di pesce (in cui sono presenti spesso troppi elementi contaminanti) e quindi la richiesta di omega-3 non viene soddisfatta. Anzi, poiché il feto in sviluppo assorbe una grande quantità di questo elemento, il corpo della madre rimane ancora più sfornito. IL risultato è una diminuita capacità di risposta antinfiammatoria e il circolo vizioso cortisolo-citochine-stress-depressione-infiammazione.
Il consiglio degli studiosi è quello di incrementare nella dieta delle donne in gravidanza e delle puerpere sia le dosi di pesci e vegetali contenenti omega-3 sia l’apporto di integratori alimentari (come l’olio di pesce) che siano purificati da contaminanti, ma nello stesso tempo aiutino ad aumentare le capacità antinfiammatorie nell’organismo.
In sostanza: dieta, esercizio, supporto morale, allattamento ben avviato sono ingredienti base per diminuire in modo decisivo la possibilità dell’insorgenza della depressione post-partum.
Acqua calda? Non proprio. L’attenzione per gli stati infiammatori come sintomo e contemporaneamente causa scatenante della depressione è fondamentale a livello clinico, soprattutto nei casi di gravidanze pretermine, di parti cesarei o di situazioni già a rischio per altri fattori.
Uno strumento in più di cui tenere conto nella valutazione dello stato di salute dell’organismo madre-bambino e da non sottovalutare.